San Pietro tra vincoli e catene

San Pietro tra vincoli e catene

SGUARDI D'ARTE Continua l’itinerario romano per il Giubileo della Misericordia
Meraviglie d’arte da scoprire tra basiliche e le Stanze di Raffaello

“Vincula”. Sono le catene che sono servite ad imprigionare il primo Papa a dare il nome alla celebre basilica romana di San Pietro in Vincoli, catene che – secondo la tradizione – furono utilizzate per legare Pietro durante la sua prigionia a Gerusalemme e nel carcere Mamertino. Nel V secolo d.C. la  moglie dell’imperatore d’Oriente Teodosio II, ebbe in dono dal Patriarca di Gerusalemme, Giovenale, le catene con le quali, secondo quanto riportato dagli Atti degli Apostoli, era stato imprigionato Pietro a Gerusalemme. L’imperatrice inviò le catene alla figlia, Licinia Eudossia, moglie dell’imperatore d’Occidente Valentiniano III, la quale le donò a papa Leone I, detto anche Leone Magno. La Chiesa era già in possesso delle catene utilizzate per la prigionia al Mamertino cosicché, quando il pontefice accostò le due catene, queste si fusero miracolosamente per divenirne una soltanto. A ricordo e celebrazione del miracolo, nel 442 d.C. fu edificata la basilica di San Pietro in Vincoli, grazie alla munificenza dell’imperatrice Licinia Eudossia, per cui la chiesa è conosciuta anche come Basilica Eudossiana, e qui furono custodite le catene, tuttora visibili sotto l’altare.
Ma la chiesa è ormai celebre in tutto il mondo per essere custode di un altro celebre “segno” che celebra la storia di Roma, del cristianesimo e dell’arte tutta: il famosissimo “Mosè” di Michelangelo. In realtà nato per ornare uno dei nicchioni della Tomba di Giulio II, tomba che gli fu commissionata, nel 1505. Per la stessa, le fonti raccontano che lo scultore trascorse otto mesi a Carrara alla ricerca di blocchi di marmo perfetti, ma, al suo ritorno, il papa aveva spostato il suo interesse al rifacimento della basilica petrina del Vaticano e, quindi, il progetto venne accantonato. Fu solo dopo la morte di Giulio II, nel 1513, e l’elezione di Leone X, che il progetto vide una sua fase di posa ma allo stesso tempo l’idea originaria fu ridimensionata e quando Michelangelo riprese il lavoro alla tomba, completò solo il Mosè e i Prigioni un gruppo di sei statue di figure incatenate in varie pose come prigionieri, oggi sono nella Galleria dell’Accademia a Firenze (i quattro non-finiti) ed al Museo del Louvre a Parigi (i due quasi-finiti); quindi il Mausoleo di Giulio II, nella versione oggi visibile, fu così voluto dagli allievi del Maestro fiorentino.
Lo stesso Giulio II è però il mecenate di un’altra importante opera nella quale si dà testimonianza dell’episodio narrato negli Atti degli Apostoli e cioè della liberazione dell’apostolo Pietro. È nella Stanza così detta di Eliodoro, il secondo dei “cubicula” dipinti dal Sanzio per gli appartamenti voluti da papa Della Rovere, nuovi di zecca e dipinti da Raffaello e dai suoi allievi, sopraelevati in corrispondenza della residenza scelta da papa Alessandro VI Borgia il cui pontificato aveva preceduto quello del papa savonese e si era distinto in negativo per nepotismo e cupidigia.
La citazione guida quindi il pennello di Raffaello che elabora un programma iconografico che prevede il susseguirsi di tre momenti della Liberazione. Il Sanzio pensa ad una pittura diacronica che parte dal ritrovamento degli armigeri dormienti e della cella ormai vuota, per dar seguito alla caduta delle catene ed infine all’angelo che guida Pietro in fuga dalla segrete.
La straordinaria ambientazione pensata dal pittore urbinate, rende spettacolare la scena grazie ad una “illuminazione” che vivifica la buia notte romana con bagliori incandescenti di luce divina. L’effetto strabiliante è dovuta anche all’uso della tecnica della dipintura a biacca con la quale Raffaello esegue in rialzo le lumeggiature donando alla scena un’ineguagliata espressività e regalando altresì all’arte italiana (dopo il Sogno di Costantino di Piero della Francesca) il primo notturno della storia.
Francesca Di Gioia

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n. 10 / Dicembre 2017

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