Roma, un viaggio sulle tracce di Pietro

Roma, un viaggio sulle tracce di Pietro

Un itinerario per il Giubileo della Misericordia
San Pietro in Montorio e Santa Maria in Palmis. Alla scoperta del primo papa

“Petros eni[enesti]”. È questa la scritta graffita che suona come una altisonante affermazione, incisa quindi a caratteri capitali in greco antico sul così detto “muro rosso”, detto anche “muro g”. Un frammento di intonaco che proviene dalla Necropoli vaticana, quella per intenderci che si sviluppa al di sotto dell’alzato della celebre basilica petrina e che un tempo interessava in forma di sito sepolcrale il colle Vaticano, una altura extra moenia della municipalità romana, posta al di là del fiume Tevere.
Furono gli scavi realizzati dall’équipe di Margherita Guarducci nel secolo scorso, ad identificare le reliquie ritrovate nell’oculo di una tomba terragna appartentenete al Trofeo di Gaio, nell’ipogeo vaticano, con quelle dell’apostolo Pietro. L’ufficialità arrivò nell’annnuncio fatto da Paolo VI che il 26 giugno 1968 durante una udienza pubblica e le spoglie mortali furono visibili per la prima volta durante una mostra inaugurata nel 2006 per celebrare il cinquecentesimo anniversario della costruzione della Basilica Vaticana. Ma se la cassetta rinvenuta nelle Grotte al di sotto della Confessione nel “muro g[raffito]” sembrerebbe coincidere con quella descritta anche dalle fonti coeve (come ad esempio nei testi di Eusebio di Cesarea) con quella contenente le reliquie del corpo di Pietro, diverso è il luogo dove avvenne il suo martirio.
È infatti nella chiesa di San Pietro in Montorio (Mons Aureus, monte dorato come veniva chiamata la parte Sud del Gianicolo, per il colore giallo delle sue sabbie), in una zona confinante con il Circolo di Caligola e con i celebri orti neroniani, che si conserva la memoria storica dell’avvenuto martirio e crocifissione del “pescatore di uomini”. Qui di fianco alla chiesa che ha le fattezze di una cappella monumentale affrescata tra gli altri da Giorgio Vasari e Francesco Salviati, firmatari della grande stagione manierista nella versione tosco-romana, si erge l’empireo dell’arte rinascimntale: il tempietto del Bramante. L’opera, voluta dall’architetto urbinate, sorge nel punto esatto dove fu posto il legno che vide crocifisso a testa in giù Pietro e commissionata dai Re Cattolici di Spagna in un tenimento che già apparteneva alla corona spagnola, ancora oggi occupato dalla Reale Accademia di Spagna di cui si possono ammmirare i bellissimi edifici e le terrazze panoramiche sulle pendici del Gianicolo.
L’ultimo luogo che porta un vincolo indissolubile con la vita del primo papa, oltre alle Grotte Vaticane e a San Pietro in Montorio, ma che racconta anche un momento di cedimento nell’incessante predicazione, è posto all’incrocio tra la via Appia e la via Ardeatina. È la chiesa di Santa Maria in Palmis che conserva infatti all’interno una impronta dei piedi di Cristo, una copia in realtà perché l’originale è nelle Catacombe di San Sebastiano (uno dei più antichi complessi catacombali di età imperiale). La chiesetta fu costruita nell’XI secolo nel luogo in cui la tradizione vuole che Gesù abbia riposto alla celebre domanda proprio all’apostolo Pietro in fuga da Roma perseguitato da Nerone. “Domine, quo vadis?”, avrebbe chiesto Pietro al rabbi che passava con indosso la pesante croce, e lui: “A Roma, per essere di nuovo crocifisso”. Pietro, compreso il rimprovero, tornò sui suoi passi ed affrontò il martirio. L’impronta attribuita al Cristo nell’attimo in cui viene fermato da Pietro, e forse un ex voto pagano, ha consegnato alla chiesetta rupestre il nome anche di Santa Maria ad passus o ad transitum, nome conservato fino al XV secolo.
Francesca Di Gioia

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n. 10 / Dicembre 2017

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