“L’impotenza” in matematica

“L’impotenza” in matematica

a cura della dottoressa Maria Pia Antonuncci

Se si prova a ripercorrere con la memoria il proprio vissuto di studenti, molti ricorderanno la sensazione di attrazione o di disagio, se non di vera e propria repulsione, provata verso le diverse aree dell’apprendimento scolastico: i sentimenti più ambivalenti si riscontrano da sempre soprattutto nei confronti della matematica. Quante volte si sente dire “non ci capisco niente con i numeri”, oppure “sono negato in matematica”? Perché alcuni studenti reagiscono alle difficolta considerandole come una sfida, come un’opportunità, per imparare cose nuove, mentre altri le vivono come una dolorosa condanna al fallimento o come una dimostrazione di mancanza stabile di abilita?

Secondo alcune ricerche gli studenti generalmente si pongono due tipi di obiettivi nella loro attività di studio: uno centrato soprattutto sull’ottenere giudizi positivi e vincenti sulle proprie abilità ed evitare quelli negativi (obiettivo di prestazione), l’altro orientato al miglioramento attraverso l’acquisizione di nuove conoscenze e competenze (obiettivo di padronanza). Quando nell’insegnamento/apprendimento della matematica facciamo prevalere come insegnanti o come studenti l’obiettivo di prestazione su quello della padronanza lo studente, molto preoccupato di dimostrare le proprie abilità e che incorra in una serie di fallimenti, può convincersi di non avere le capacità necessarie per far fronte a tali situazioni e che qualsiasi cosa faccia sia inutile, portandolo progressivamente a rinunciare a qualsiasi tentativo di controllo sulla situazione.

Tale condizione viene definita “impotenza appresa”, perché si caratterizza per un senso di incapacità (impotenza) acquisito per effetto di ripetute esperienze di fallimento (appresa). Questo atteggiamento si sviluppa più facilmente in persone che sono solite attribuire i propri insuccessi alla mancanza stabile di abilità, cioè a una causa interna alla persona  poco modificabile, che riduce enormemente le aspettative di successo.

Gli studi psicologici condotti da Martin Seligman, esperto di impotenza appresa, ci dicono che le persone in una o più situazioni possono apprendere di non aver controllo su ciò che accade loro .Tale sentimento di impotenza appresa produce conseguenze a volte devastanti a livello cognitivo, motivazionale ed emozionale. Dopo una serie di insuccessi il nostro  cervello si blocca  “Apprende di essere impotente” traducendo questo apprendimento in un imperativo: “è meglio lasciar perdere perché non funziona!”. Naufraga così definitivamente  la speranza che possa migliorare la situazione. A volte bastano solo pochi eventi negativi per costruire, nella mente, una situazione di negatività permanente.

Nell’ambito della matematica si è chiamati a risolvere dei compiti che sono associati al livello intellettivo del soggetto: saper eseguire più o meno rapidamente un calcolo o saper risolvere o meno un problema è rispettivamente indice di un buon o scarso livello intellettivo. Riuscire ad affrontare con successo questi compiti implica potersi dare forti motivi di gratificazione e soddisfazione, fallire, invece, comporta spesso sfiducia, senso di impotenza e scarsa stima di sè.

Gli insegnanti dovrebbero poter assicurare agli studenti corsi di matematica adeguati alle loro capacità insegnando l’importanza di obiettivi di padronanza piuttosto che di prestazione. Bisognerebbe dare più enfasi ai processi di comprensione e meno peso alla correzione delle risposte, così da ridurre il drastico impatto del feedback negativo per ciascuna risposta sbagliata. Tale atteggiamento incoraggerebbe un comportamento più rischioso da parte degli studenti, cioè  più predisposto alla prova e alla sfida senza eccessivo timore per i possibili errori e potrebbe ridurre gli abbandoni e il rifiuto di questa importante disciplina.

Lascia un commento

n. 10 / Dicembre 2017

Scarica la tua copia in pdf