Separarsi con i figli “in trincea”

Separarsi con i figli “in trincea”

Un momento da vivere come “cambiamento”. I pro e i contro di una comunicazione franca
della dott.ssa Ines Panessa
Psicologa giuridica

La parola “separazione” apre la riflessione su vari livelli di pensiero: da una parte si sta evidentemente parlando della disunione di due persone che decidono di non stare più insieme, e dall’altra viene implicata la necessità di una ridefinizione di determinati criteri familiari, dato che la situazione cambia decisamente aspetto dal punto di vista sia concreto, sia affettivo e simbolico.
Nel caso ci siano figli minorenni, la separazione comporta modalità di relazioni non più libere, ma (soprattutto per i primi tempi) rigidamente regolate da decisioni prese dagli avvocati o emesse dal Tribunale.
La separazione è indubbiamente un “evento critico” (nel senso che si tratta di superare una crisi) e doloroso da affrontare, ma per i figli è molto più difficile fare fronte al periodo che precede il trasferimento di uno dei coniugi, caratterizzato da un conflitto distruttivo più o meno esplicito tra i genitori che vivono ancora sotto lo stesso tetto. Spesso gli adulti faticano a comprendere questa situazione, e si sforzano invece di continuare a vivere insieme “per il bene dei bambini”, senza interrogarsi su cosa significhi per i minori questa affermazione. I figli, infatti, vengono spesso inconsapevolmente coinvolti dai genitori nel dirimere i loro conflitti, si auto-investono del ruolo di mediatori, o di messaggeri, o ancora si occupano di questioni che evidentemente non possono riguardarli (un conto è sapere che mamma e papà litigano, altro è essere messi al corrente delle motivazioni, come se adulti e figli fossero sullo stesso piano).
In queste progressive fasi di trasformazione della famiglia, la comunicazione ai figli della decisione di separarsi rappresenta spesso il compito più difficile da affrontare per i genitori. Così, in maniera paradossale, tengono la cosa per sé, non rendendone partecipi i minori, quasi auto-convincendosi che i bambini siano troppo piccoli e fragili per comprendere e sopportare il peso di tali problemi, o che gli adolescenti siano troppo presi dalle loro questioni evolutive per interessarsene. In realtà, un genitore dovrebbe avere molto ben presente che la mancanza di comunicazione può essere deleteria per un figlio: il dolore provato da un figlio di fronte alla separazione dei genitori c’è e va affrontato. Tuttavia, molti ragazzini imparano in fretta a mascherare le proprie emozioni, di fatto negando la propria sofferenza, allontanandola, e trovandosi a poter avere persino paura di rimanere da soli con se stessi, per non doversi confrontare con l’inevitabile senso di vuoto.
È fondamentale, infatti, che dopo la separazione i figli abbiano accesso ad entrambi i genitori, possano mantenere (salvo, ovviamente, casi estremi di violenze o simili) un rapporto significativo con il coniuge non collocatario e siano rassicurati sul fatto che con la separazione non perderanno né il papà né la mamma.
La separazione, pertanto, dovrebbe essere percepita dal figlio come un cambiamento, ma mai come una perdita. Ciò che in questi casi dovrà accadere è che il genitore collocatario favorisca e non ostacoli la relazione tra i figli e l’altro genitore e che il genitore non collocatario sappia tollerare il dolore che si determina a seguito dell’eventuale rifiuto dei figli. Nel caso esistano, i nuovi partner di uno o entrambi i genitori avranno un ruolo importante: riuscire ad instaurare nuovi rapporti, non sovrapponibili a quelli tra genitori e figli. In questo contesto essi possono costituire motivo di maggior vulnerabilità emotiva dei minori (per la necessità di un nuovo adattamento), ma anche punto di riferimento affettivo.
Nelle situazioni molto conflittuali, invece, possono essere i nonni a esercitare la funzione coparentale. Il loro ruolo diventa considerevole proprio per via della loro posizione di non coinvolgimento diretto nelle responsabilità relative alla crescita dei nipoti. Questo può rendere più facili le occasioni di gioco spontaneo e quelle relazioni serene e rilassate delle quali hanno così tanto bisogno i minori in una fase così delicata della vita familiare.

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n. 10 / Dicembre 2017

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