Lo ‘svincolo’ dalla famiglia di origine

Lo ‘svincolo’ dalla famiglia di origine

Molte ragioni socio-culturali oggi ritardano questa fase
Il momento di separazione rappresenta un cambiamento non solo per il figlio, ma anche per la coppia dei genitori



Lo svincolo è quella fase di passaggio dalla famiglia al mondo esterno. Attualmente, questo ‘sano passaggio’ è stato condizionato dai tempi di un'adolescenza prolungata (fino a 19- 20 anni) ed alla costituzione di una fase chiamata del giovane-adulto che si può protrarre sino ai 35 anni, nei casi di disoccupazione ancor più. (Scabini, Cigoli 2000). Per cui, uno dei passi più complessi da compiere nel corso della propria vita è proprio quello relativo all'autonomia, al transito da una zona di confort, quella familiare, al mondo esterno.
Vi sono molteplici ragioni socio-culturali che oggi ritardano questa fase, ma da un punto di vista prettamente psicologico ciò che conta non è tanto quello che avviene a livello esterno (dinamiche politiche, culturali, economiche), quanto a livello interno. La fase di svincolo quindi è ritardata comunque rispetto ad epoche precedenti per motivi sociali difficoltà nell’inserimento lavorativo, precarietà, costo della vita elevato, incertezze, ecc. e anche per motivi familiari, soprattutto in presenza di famiglie molto accoglienti che provvedono al sostegno economico, dove la libertà è notevole, sono presenti ampi margini di negoziazione, clima supportivo.
Lo svincolo comporta il completamento del processo di individuazione, che inizia durante la fase adolescenziale, con il progressivo spostamento degli investimenti affettivi dalla famiglia verso l’esterno e la crescente differenziazione del figlio\a con la costruzione di un proprio progetto di vita.
Il momento di separazione - assolutamente sano - rappresenta un cambiamento non solo per il figlio, ma anche per la coppia di genitori\coniugi. Come dicono Scabini e Cigoli (2000), “ogni transizione è segnata, in misura diversa, da due grandi temi affettivi: il dolore della perdita di ciò che si lascia (il vecchio) e la speranza- fiducia di ciò che si acquista”.
Fondamentale è l’atteggiamento dei genitori che influenzano il buon esito o meno del processo di separazione - individuazione che trova il suo culmine nello svincolo. “L’atteggiamento più adeguato è assunto da quei genitori che esprimono la tristezza per il distacco del figlio unita però alla convinzione di essere in grado di superare l’inevitabile vuoto che essa comporta” (Scabini, Cigoli 2000), in questo momento la coppia come tale deve prepararsi all’uscita dei figli cercando di reinvestire su di essa. Il rapporto di coppia torna ad essere centrato sulla coppia coniugale e può godere di maggiori spazi e tempi per sé.
In alcuni casi, quelli più problematici, può accadere che la famiglia si blocchi nei suoi compiti di sviluppo, che le dinamiche ostacolino la progressiva individuazione e autonomia dei figli. Una difficoltà che segnala quella da parte dei componenti della famiglia di separarsi. Il ruolo del figlio, in questi casi, è quello di mantenere unita la famiglia attraverso il sintomo, rispondendo in questo modo alle inconsapevoli richieste dei genitori incapaci di separarsi da lui, a loro volta probabilmente non ben individuati. E’ proprio in questa fase di passaggio che si celano i rischi maggiori di psicopatologia e di sviluppo di sintomi, o nelle fasi successive a questa, laddove questo compito evolutivo non sia stato assolto in maniera adeguata.
E’ in questo caso appunto che il giovane può non arrivare a svincolarsi manifestando una sintomatologia psichica non lieve o, in altri casi, incontrare difficoltà nei contesti esterni alla famiglia (sociale, lavorativo affettivo relazionale sentimentale) esprimendo sintomi di natura nevrotica o ancora, andarsene di casa svincolandosi a livello pratico ma non emotivo, restando affettivamente dipendente dai genitori. Un lavoro terapeutico può aiutare a lasciare i vecchi ‘ormeggi’ per poter essere pronti a ‘salpare’ verso nuovi lidi.

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n. 10 / Dicembre 2017

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