Oltre gli stereotipi… ruoli di generi liberi!

Oltre gli stereotipi… ruoli di generi liberi!

La dicotomia “maschile” “femminile” limita la complessità della realtà
Il rischio? Negare parti di sé che non corrispondono al modello condiviso
Da sinistra Giovanni Papa, Tiziana Carella e Claudia Girardi

Il nostro viaggio questa settimana prosegue approdando a quella zona dell’identità sessuale che è il ruolo di genere. Se definiamo il genere come la declinazione culturale delle dimensione biologica del sesso, il ruolo di genere è, dunque, l’insieme dei comportamenti e delle attitudini che un determinato contesto socioculturale riconosce come proprie del sesso maschile e di quello femminile.

In quasi ogni cultura si ha la creazione di veri e propri stereotipi di genere, intesi come caratteristiche associate a ciascun sesso biologico, con una dicotomia spesso accentuata tra il “maschile” e il “femminile”, il cui pericolo è quello di semplificare eccessivamente e ridurre la complessità della realtà, che è, invece, ricca di sfumature e variazioni, e di creare aspettative spesso irrealistiche nella singola persona e nella società. Gli stereotipi culturali di genere più diffusi sono quelli secondo cui le donne sono emotive, sensibili, dipendenti, “passive”, curate nell’aspetto e inclini ad un certo tipo di lavoro e gli uomini, all’opposto, razionali, indipendenti, forti, coraggiosi, “attivi”, autonomi e dediti ad altri lavori.

Il processo di assunzione di un determinato ruolo di genere comincia ai due anni di età ed è suscettibile di trasformazione nel tempo (Schaffer, 1996). Margaret Mead, invece, sottolinea come i temperamenti tipici di uomini e donne nelle diverse società siano modellati dall’educazione che essi ricevono fin dai primi mesi di vita.
Da un punto di vista evolutivo, nello sviluppo di ogni persona vi può essere un processo di aderenza al ruolo di genere del proprio sesso biologico oppure una presa di distanza, parziale o totale, che non va mai confusa con la transessualità, ossia nell’identificarsi con il sesso opposto a quello biologico. Il rischio insito negli stereotipi di genere, da un punto di vista psicologico, è che la persona, pur di aderire al ruolo di genere tipico del proprio sesso, possa escludere ciò che sente come proprio, negare parti di sé che non corrispondono al modello culturale condiviso, sperimentando così un senso di disagio profondo che può portare alla costruzione di un “falso sé”, ossia un sé non autentico. E’ come se alcune persone incapsulassero sé stesse all’interno di un involucro ben definito dall’esterno.

Lungi dal voler eliminare le differenze tra maschi e femmine, la domanda interessante da porsi è: quanto il credere che delle caratteristiche siano immutabili, naturali, definite a priori influenza il nostro vissuto e l’espressione delle nostre potenzialità? Moltissimo! La storia ci insegna che per molto tempo gli stereotipi di genere hanno influenzato i rapporti tra sessi, provocando, ad esempio, asimmetrie tra i sessi a livello di diritti politici e di possibilità lavorative. Gli stessi mass media hanno contribuito alla creazione di stereotipi di genere. Lo stesso vocabolario della lingua italiana declina termini quali ministro, sindaco, chirurgo, ingegnere solo al maschile o altri come casalinga soltanto al femminile.
Come uscirne? Noi crediamo che famiglia e scuola siano due agenzie che possano avere un ruolo importante nell’aiutare i ragazzi a vivere con maggiore libertà il proprio processo di sviluppo, non inseguendo un’affannosa, e spesso carica di risvolti patogeni, aderenza a qualcosa di dato come immutato dall’esterno. Parlare di differenze di genere non significa negare le diversità proprie dei due sessi ma complessificare la realtà, considerando la possibilità che non tutto è così naturale e dato per scontato soltanto perché si è nati biologicamente maschi o femmine.

n. 10 / Dicembre 2017

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