Maschi e femmine: di che “genere” parliamo?

Maschi e femmine: di che “genere” parliamo?

Nella pelle dell’altro: una tappa nella transessualità
Maschi e femmine: di che “genere” parliamo? Quando sesso biologico e identità non coincidono

L’articolo di questo mese ci porta ad addentrarci nel concetto di genere, parola molto comune, oggi al centro di numerosi e accesi dibattiti. Questo termine nasce nel secolo scorso per indicare l’identità e il ruolo di un individuo in relazione alle categorie di maschile e femminile. Anche se connessi tra loro però, i concetti di ruolo di genere ed identità di genere si riferiscono a dimensioni diverse dell’identità sessuale.

 
Se con il primo si intendono le aspettative socioculturali su ciò che viene considerato maschile o femminile, con il secondo, si intende il senso soggettivo di appartenenza alle categorie di uomo o donna, che si sviluppa dalla nascita ai tre anni e non è modificabile. Solitamente sesso biologico e identità coincidono ma in altri casi no. Stiamo parlando delle persone transessuali e transgender, le quali non si riconoscono nell’aspetto esteriore del proprio corpo. Il transessuale, a differenza del transgender che mantiene inalterato il proprio sesso biologico, compie o si propone di compiere interventi per adeguare il proprio aspetto a come sente di essere psicologicamente. Tale percorso di transizione è molto lungo, complesso e variabile, poiché richiede l’attraversamento di vari step.  C’è una prima fase di introspezione, in cui la persona percepisce il disagio di avere un corpo che non lo rappresenta, alla quale segue il contatto con degli specialisti, con lo scopo di capire meglio i propri vissuti e, in taluni casi, intraprendere terapie ormonali o chirurgiche. Il percorso psicologico è una delle fasi fondamentali del processo, poiché ha valenza sia diagnostica che supportiva. Diagnostica perché, dal punto di vista scientifico, a differenza dell’omosessualità, la transessualità è presente nel manuale dei disturbi mentali.

Fino alla versione precedente (DSM-IV) compariva sotto il nome di Disturbo dell’identità di genere ma con la recente uscita del DSM-V si è preferito rinominarla come Disforia dell’identità di genere, termine che sottolinea come l’incongruenza tra sesso biologico e psicologico non sia un disturbo mentale in sé, poiché non compromette il funzionamento psicologico e cognitivo della persona, ma causa sofferenza e disagio significativi. Escluse ulteriori problematiche psichiatriche, il percorso psicologico continua, accompagnando la persona negli step successivi. Segue una terapia ormonale, sotto stretto controllo medico, e contestualmente il “test di vita reale”, in cui l’individuo inizia a vivere come persona del sesso a cui sente di appartenere, quindi adeguando ad esso anche abbigliamento e comportamento. Dopo due anni dall’inizio del percorso psicologico, la persona intenzionata a perseguire la riconversione, può presentare domanda di “rettificazione di attribuzione di sesso”.

Come previsto dalla legge 164/82, il giudice, avvalendosi delle perizie dei professionisti che hanno seguito l’iter della persona, può decidere se concedere l’autorizzazione all’intervento con una sentenza. Segue l’inserimento nelle liste di attesa per l’operazione, periodo che può durare anche anni. Le difficoltà per chi affronta questo percorso, quindi, non sono solo di tipo normativo ma anche psicologico, senza contare le pressioni di una società che continua a scambiare per “capriccio” un’esigenza identitaria, una legittima richiesta di felicità. Dovremmo allora chiederci chi siamo noi per dire all’altro chi e come dovrebbe essere per essere felice?

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n. 10 / Dicembre 2017

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