Omosessualità: patologia o normalità?

Omosessualità: patologia o normalità?

Riprendiamo a viaggiare insieme, soffermandoci sull’orientamento sessuale ed in particolare sull’omosessualità. Cos’è? Da cosa dipende? Qual è il nostro grado di accettazione rispetto ad un orientamento non eterosessuale?

Se potessimo fermarci a raccogliere tutte le vostre risposte immaginiamo possano essere molteplici ed anche molto differenti tra di loro. Questo perché purtroppo il punto di vista scientifico sull’omosessualità è tuttora poco conosciuto e non ancora incarnato dalla società. Ve ne diamo un assaggio per mostrarvi il percorso compiuto dalla scienza in circa 200 anni ed a cosa si è giunti negli ultimi decenni.

Le prime concezioni psichiatriche dell’omosessualità nascono nell’800. Partono da una visione patologica e vengono sperimentate cure per condurre le persone omosessuali all’eterosessualità: brumuro, ipnosi, massicce terapie farmacologiche, elettroshock. Immaginate con quali conseguenze devastanti per gli sfortunati sottoposti.  Già in quel tempo, però, alcuni studiosi emergono con dei dubbi ed iniziano a sostenere che l’omosessualità sia una naturale variante umana. Tra questi lo psichiatra Hirshfeld che sostiene che l’omosessualità sia una tendenza congenita e che non debba essere sottoposta a cura.

Con la nascita della psicoanalisi anche Freud si occupa di dare una spiegazione all’omosessualità e la concepisce come un arresto dello sviluppo. In realtà, però, Freud mostra un atteggiamento ambivalente: se da un lato la fa diventare una patologia, dall’altro afferma che sia una variante della funzione sessuale che non deve essere curata.
In questo panorama nel 1952 viene pubblicato il DSM I, ovvero il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, redatto ed adottato a livello mondiale. L’omosessualità compare tra i Disturbi sociopatici di personalità. Nel 1968 viene edito il DSM II e l’omosessualità viene ancora inserita tra i disturbi mentali, ma sotto un’altra categoria, quella dei disturbi mentali non psicotici.

Questo cambiamento di categoria lascia riflettere: come è possibile classificare una patologia non essendo sicuri di quale patologia si tratti?  Nel 1974 assistiamo ad un primo cambiamento, grazie alle ricerche di Evelyn Hooker che conduce un esperimento destinato ad entrare nella storia della psicologia: somministra una batteria di test a gruppi di persone omosessuali ed eterosessuali per esaminare se è possibile differenziare il loro funzionamento psicologico.
I protocolli non sono distinguibili: non esistono markers psicopatologici dell’omosessualità, dunque non può essere considerata una patologia.

Anche qui è necessaria un’altra riflessione: in base a cosa veniva definita una malattia? L’esperimento condotto dalla Hooker era in realtà semplicissimo ed avrebbe potuto svolgersi molto tempo prima, ma evidentemente la classificazione patologica dell’omosessualità era stata fatta solo sulla base di un pregiudizio: siamo tutti eterosessuali quindi chi non rientra in questa norma è malato. E’ proprio vero che può fare più vittime un pregiudizio che una spada.

L’omosessualità scompare finalmente dal DSM. Dal 17 maggio 1990 per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’omosessualità è “una naturale variante umana sulla quale incidono fattori biologici, psicologici, sociali, culturali, storici ecc..”.  A tutti i ragazzi e ragazze che stanno prendendo coscienza del loro orientamento omosessuale ed ai loro genitori abbiamo a cuore dirgli che non devono sentirsi né sbagliati, né malati, ma che possono considerare e vivere il loro differente orientamento come un elemento naturale della loro identità.

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n. 10 / Dicembre 2017

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