Tito Flagella, l'avvocato che cambia i connotati ai trans

Tito Flagella, l'avvocato che cambia i connotati ai trans

Dai 6 ai 10 mesi la trafila in tribunale. Fondamentale la diagnosi di disforia di genere
Esperto in casi di rettifica di nome e sesso senza intervento chirurgico

I trans vogliono lui. Tito Flagella non è un avvocato qualunque. Alla porta del suo studio nella Capitale bussano clienti muniti di una diagnosi di disforìa di genere, la percezione di appartenere ad un sesso diverso da quello registrato all’anagrafe, che vogliono declinare diversamente il proprio nome. Alcuni casi scuola sulla riattribuzione del sesso in assenza di operazione chirurgica portano il suo cognome. Non ne fa un vanto, ma la percentuale di successo è pari al 100%. Non ha l’aria del mastino, si limita a trasferire al giudice tutto il dolore di una persona che è già ingabbiata in un corpo che spesso non sente proprio, e che deve subire anche l’umiliazione di possedere dei documenti che riportano un genere che non corrisponde alla propria natura. Ha iniziato a coltivare l’interesse per la disciplina giuridica in materia di transessualismo ai tempi dell’università. A folgorarlo l’attività di un docente tra i primissimi autori di testi dedicati alle norme sulla rettificazione dell’attribuzione del sesso.

Il nome tradisce le sue origini: Potito Flagella è nato a San Giovanni Rotondo e ha vissuto a Foggia fino al diploma. Ci torna per lavoro e per la fede calcistica - quella, si sa, non si cambia. Passando con nonchalance da FtoM a MtoF (female to male, da donna a uomo, e viceversa) racconta come funziona. “In Italia dal 1982 è in vigore una legge specifica, la numero 164, molto stringata, laconica, che dall’82 è stata interpretata praticamente sempre nello stesso modo: c’è bisogno di due passaggi davanti ad un giudice,  due processini civili. La prima sentenza per autorizzare l’operazione e la seconda per rettificare il nome e il genere. Dal 2011, prima a Roma e poi in altri Fori, si è giunti ad affermare che non bisogna per forza guardare all’avvenuto intervento per poter pervenire alla rettifica anagrafica ma si può raggiungere questo obiettivo basandosi su dati complessi comprendenti la personalità, la socialità, la psicologia”. E questa è la sua specialità: il caso in cui il ricorrente non intende subire alcuna operazione, perché sta bene con quell’anatomia o ha paura di sottoporsi all’intervento chirurgico, altamente demolitivo.

“Ci sono dei Fori dove questi processi sono più frequenti e quindi i magistrati hanno acquisito una certa velocità nella valutazione. Altri dove invece giudizi di questo tipo sono molto rari e il magistrato è più scrupoloso. Indicativamente a Roma ciascuna delle fasi, se sono due, dura dai sei ai dieci mesi. Per il cambio del genere e del nome senza intervento si impiegano dai sei ai dieci mesi”. Affronta argomenti scottanti e perfino scabrosi con delicatezza. Nemmeno la più tormentata delle vite che gli si è parata davanti lo ha scandalizzato. In tema di genitorialità un interrogativo lo tormenta: “Mi domando che scriverà il malcapitato Ufficiale di Stato Civile qualora il figlio di una coppia in cui uno dei coniugi ha successivamente cambiato sesso dovesse chiedere l’estratto di nascita”. Gli passano per le mani casi di persone col doppio passaporto: in Italia è indicato il sesso della loro vita precedente, all’estero hanno ottenuto le nuove generalità, e vorrebbero avere una sola identità. Il percorso di transizione non è una passeggiata e non è soltanto imbottito di ormoni. È fondamentale che la diagnosi di disturbo dell’identità di genere non sia inficiata da altri disturbi.

Vietato sbagliare, e meglio rivolgersi alle strutture pubbliche che rispettano rigidi protocolli. “Qui a Roma abbiamo un centro di eccellenza presso l’Ospedale San Camillo-Forlanini: un percorso fino alla diagnosi dura dai 4 mesi ai due anni. Quando ci si presenta davanti al giudice con documenti provenienti da strutture private, la tendenza è a disporre una Consulenza Tecnica di Ufficio, peraltro pagata dal richiedente. E le cose si possono complicare, soprattutto nei tribunali piccoli dove questo tipo di cause non sono all’ordine del giorno”. Con la sentenza in mano, l’odissea non è finita: iniziano le file agli sportelli e le incomprensioni, specie sul piano della fiscalità e dal punto di vista patrimoniale. Il vecchio contribuente non esiste più, il conto è sempre tuo ma intestato a una persona diversa, e vaglielo a far capire. “Questa legge non dice niente su quello che succede dopo - conclude l’avvocato Flagella - l’Italia non è preparata”.

Mariangela Mariani

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n. 10 / Dicembre 2017

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