Marta dell’Anno, violinista “globetrotter”

Marta dell’Anno, violinista “globetrotter”

“Fluid”: un racconto danzante, a volte urticante, ma personale
In bilico tra tarante garganiche e gighe irlandesi

Ventinove anni, zaino perennemente in spalla e violino al seguito. Per raccontarvi di Marta dell’Anno, violinista e violista foggiana ma ormai parigina d’adozione, non basterebbero centinaia tra spartiti, carte d’imbarco e collaborazioni musicali tra le più disparate. Talento innato (affinato in conservatorio, e perfezionato in masterclass poi), curiosità e voglia abitare la musica del mondo fanno di lei un’apprezzata “musicista globetrotter”, in grado di passare dalle tarante garganiche alla musica irlandese, con la stessa naturalezza e semplicità con la quale padroneggia almeno quattro lingue straniere.
Ed è così che, nel corso degli anni, Marta si è guadagnata palcoscenici internazionali, con progetti musicali differenti. Come il Soap Trip Duo, che ha calcato il palco del Premio Tenco a Sanremo, o il viaggio solitario di “Fluid” in un universo pop, jazz, trip hop, col suo immaginario fertile e denso di suggestioni, dal carattere minimal e poetico.
Tournee europea per il Soap Trip Duo, con il batterista Natale La Riccia, e “Fluid”, progetto tutto tuo. Raccontaci le tante anime di Marta musicista…
Sono sempre stata impegnata, fin da piccola, in mille attività, tutte indispensabili per saziare la mia curiosità e vivere quanto più possibile. Ho cercato, quindi, semplicemente, di abitare tutti i tipi di musica che ho incontrato: le festose tarantelle, le vorticose gighe irlandesi, le compite sinfonie di Mozart ed infine mia musica, che vive da un paio d’anni.
Con Soap Trip, infatti, ho cominciato a definire e rifinire tutte le idee che avevo appuntato nel corso degli anni di Università e Conservatorio ed è nato un insolito duo che si è ritrovato sul palco del Premio Tenco a Sanremo…
Oggi vivi a Parigi, ma le tue radici sono ben salde a Foggia. Cosa ti porti dietro di questa città?
Molto materialmente, mi porto dietro, scamorze, caciocavalli e sottoli che vengono poi messi a disposizione degli amici francesi che non vedono l’ora di venire nella nostra regione per visitarla e “assaporarla”…
Proprio qui hai presentato il tuo Ep “Fluid”, che ti vede protagonista con violino elettrico, loopstation e voce…
La loopstation è uno strumento che prevede un’impeccabile coordinazione psico-motoria. Spesso quando suono, il pubblico si sofferma sulla “danza” dei miei piedi oltre che sulla musica. Come tutti gli strumenti, la loop ha bisogno di tante ore di studio. “Fluid” è il frutto di una full-immersion estiva, da sola, con le mie cuffie tra sudore foggiano e umidità parigina, di un lavoro personale di rifinitura tecnica, di ricerca vocale ed armonica. Ogni brano è un piccolo racconto danzante, talvolta urticante, molto personale.
C’è mai stato un momento in cui hai pensato di mollare tutto?
No, mai.
E uno in cui hai capito che eri sulla strada giusta per realizzare le tue aspirazioni?
Probabilmente il momento in cui ho deciso di diventare trasparente agli occhi del pubblico. Quando hai le idee chiare su ciò che vuoi comunicare e decidi di farlo fino all’ultima parola, il messaggio arriva forte e chiaro. Ed è un meraviglioso scambio di energie.
Nei tuoi sogni quale sarebbe il partner ideale per un concerto?
Carl Fredricksen. Come chi è?! Il vecchietto protagonista di “Up”, che fa volare la sua casa con non so quanti palloncini, fino alle Cascate Paradiso, per tener fede a una promessa. Immagino un concerto antigravitazionale, senza precedenti.
Libri, ricordi, fotografie… Cosa non può mancare nella tua valigia?
Ricordi e fotografie mai, piuttosto ne scatto parecchie. Ho pochissimo spazio per le mie cose ed a fine concerto cerco un posticino per una birra trappista o un formaggio tipico da portare a casa, incastrato tra cavi e microfoni. Non manca mai il libro del momento, che ora è Fred Vargas, e il mio quaderno degli appunti.
Domanda di rito, non puoi sfuggire: come ti vedi “da grande”?
Mi vedo sempre ecletticamente impegnata su più fronti, con una pila di libri e spartiti da studiare, carte d’imbarco come segnalibri, pomodori sott’olio in credenza e delle storie da raccontare. E da ascoltare.
Maria Grazia Frisaldi

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n. 10 / Dicembre 2017

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