Liberare le donne a teatro:  “La mia Spoon River”

Liberare le donne a teatro: “La mia Spoon River”

“Ferite a morte”, Serena Dandini contro il femminicidio. “Punto sulla drammaturgia, che è fatta di pianto, riso e immedesimazione.
Ma senza leggi adeguate e attività di prevenzione non si va da nessuna parte”

La definizione più bella, coerente e aderente dello spettacolo “Ferite a morte” di e con Serena Dandini è quella data dalla critica: “una Spoon River del femminicidio”. Un’etichetta in grado di fermare in un’istantanea quell’esercito di “anime in pena” - donne vittime della mano violenta di mariti, fidanzati, ex e familiari - che l’autrice e conduttrice televisiva ha voluto prima raccogliere in un libro e poi portare a staffetta nei teatri di tutt’Italia; donne pronte a rivivere - con ironia o con poesia, con rassegnazione o meno - l’attimo prima della fine con il relativo fardello di insensatezza o tara culturale. Di “Ferite a morte” - che ha riempito di recente il Teatro del Fuoco di Foggia, facendo il pieno di applausi - ne abbiamo parlato con Serena Dandini, front-woman di un progetto ormai virale.
Partiamo dalla fine: si aspettava un tale successo?
No, affatto. Avevo iniziato a scrivere i monologhi di “Ferite a morte” nel 2012 sull’onda di una grande rabbia: volevo liberare le donne vittime di femminicidio, almeno da morte. Non avevo ancora finito di scrivere i monologhi che dal centro antiviolenza di Palermo mi hanno proposto di metterli in scena. Da allora è stato un successo in crescendo: 15 reading nelle arene italiane con tante donne dello spettacolo, del giornalismo e della cultura, poi al Parlamento europeo a Bruxelles e la tournée nei teatri italiani con Lella Costa, Orsetta de’ Rossi, Rita Pelusio e Giorgia Cardaci. Infine la tournée internazionale con tappa al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York e alla Trust Women Conference di Londra. Se me l’avessero detto solo un anno fa non ci avrei mai creduto…
Come è stato mettersi nei panni di queste donne? Restituire loro vita, colore e, addirittura, l’accento?
La mia idea era quella di far arrivare al cuore e alla coscienza delle persone una serie di cose che dagli articoli o dai servizi in tv non sempre arrivano. Per questo ho puntato sulla drammaturgia, che è fatta di pianto, riso e immedesimazione. Ho cercato di farlo mettendoci anche dell’autoironia nelle voci delle protagoniste perché, si sa, l’autoironia è tipica delle donne.
E’ stata questa, quindi, la chiave del successo? Ovvero non trattare queste “protagoniste loro malgrado” come numeri di un fenomeno, ma restituendo loro voce e dignità?
Senza dubbio volevo superare la dimensione dei numeri, arrivare alle storie. Ma non solo: di solito si parla delle vittime in modo obitoriale, si parla di dna, di tracce di sperma, per non dire delle trasmissioni in cui i loro drammi vengono riprodotti con un plastico. Io, invece, volevo dar loro la voce che avevano prima di morire. Una parola viva, che può arrivare a tutte le donne che sono ancora in vita e ci vogliono restare.
Stiamo parlando, però, della punta dell’iceberg di un fenomeno che affonda le sue radici in problematiche-altre, di matrice sessista e culturale…
Sembra incredibile, ma nonostante da un lato c’è più attenzione, dall’altro sembra esserci quasi un’intensificazione del fenomeno. Forse siamo noi che siamo più sensibili sull’argomento: nel mio libro, infatti, c’è una parte scritta insieme a Maura Misiti che dimostra - ahimè - come i dati, i numeri, sono più o meno sempre gli stessi. Ciò non toglie che la situazione in Italia sia devastante: il femminicido è la punta dell’iceberg di una quotidiana, diffusissima, terribile piaga di violenza domestica.
Qualcosa, però, sta lentamente cambiando…
È importante che ci siano le leggi e un inasprimento delle pene, e da questo punto di vista il decreto legge sul femminicidio è un primo passo. Ma senza la prevenzione e una seria rieducazione culturale non si va da nessuna parte. È necessario aumentare i centri anti-violenza e incrementare il lavoro nelle scuole sugli stereotipi di genere. Ma soprattutto è importante che si lavori tutti insieme per arginare il fenomeno, uomini e donne: non si può continuare a considerare il femminicidio come se parlassimo di mestruazioni o menopausa. E’ una cosa folle! È un problema che riguarda la società tutta, non è un “argomento femminile”: bisogna iniziare ad abbattere questi muri se si vogliono cambiare davvero le cose.
Maria Grazia Frisaldi

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n. 10 / Dicembre 2017

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