Il ‘naso rosso’ di Jole Figurella

Il ‘naso rosso’ di Jole Figurella

La “medicina” del sorriso nei luoghi del sisma centro Italia
La clown-terapia come una missione di gioia

Cinquant’anni compiuti da poco, di cui la metà spesi in ambito sanitario. Ogni giorno, la foggiana Jole Figurella indossa il camice e lavora nel settore dell’emergenza/urgenza nell’elisoccorso e nell’endoscopia digestiva; ogni giorno, la stessa Jole Figurella ‘calza’ un naso rosso e si trasforma in Gloria clown-dottore, applicando i principi della clown-terapia per far fiorire sorrisi lì dove c’è dolore e sofferenza. Due ambienti apparentemente diversi, eppure così simili: “Nell’emergenza bisogna essere rapidi: diagnosi veloci, procedure immediate. Così è anche nella clown-terapia: bisogna inquadrare subito il paziente e scegliere per lui l’approccio migliore”.
Conquistata dalla terapia del sorriso (che condivide con il marito e il figlio di 19 anni), Figurella è la referente regionale dell’associazione ‘Il Cuore onlus’, attraverso la quale contribuisce a formare nuovi ‘nasi rossi’ in città, tra infermieri, medici, psicologi ed educatori.
Qual è la percezione della clown-terapia tra i giovani medici e volontari?
Inizialmente eravamo in dieci, ora siamo settanta ‘clowns dottori’ nell’associazione ‘Il Cuore onlus’ a Foggia. Non è una moda o una tendenza, ma è il percepire una richiesta di aiuto; oggi la gente ha bisogno di positività, di speranza e chi meglio di un ‘clown’ può portare una missione di gioia? E’ nata così l’idea del clown dottore in ospedale (e ovunque ci sia sofferenza): una figura buffa che arriva con il suo camice colorato e il suo ‘naso rosso’, la maschera più piccola del mondo, che permette al volontario di esprimersi con libertà, mantenendo una certa distanza dal dolore che vede intorno a sé.
Cosa significa essere ‘clown dottore’?
Significa avere la capacità di amarsi, di amare la gente, di emozionarsi per una carezza donata. Ancora, significa scoprire la curiosità del bambino che è dentro di noi, quel bambino che non giudica, che ‘non teme di abbassarsi’, che oltre a far ridere sa anche restare in silenzio ad ascoltare.
La vostra missione è combattere con il sorriso dolore e sofferenza. Una ‘sfida’ importante è stata quella, recentissima, nei luoghi colpiti dal sisma del 24 agosto...
E’ molto importante non farsi fuorviare dall’immagine che molti hanno del clown dottore, che non è il pagliaccio del circo, ma una figura professionale che non deve far ridere a tutti i costi. Una figura che deve esserci con il cuore, con l’ascolto attivo e l’energia positiva forte e comunicativa per rafforzare fiducia e speranza dopo un evento doloroso. La situazione creata dal sisma del centro Italia è stata una vera ‘sfida’: in questi contesti ci si trova ad operare al confine tra la vita e la morte, consapevoli che c’è un tempo per il dolore, un tempo per l’elaborazione di esso (in cui non c’è niente da ridere) ed un tempo per tornare alle emozioni positive.
Qual è stato il vostro contributo?
Appresa la notizia del sisma ci siamo organizzati per una raccolta di giocattoli, libri di fiabe, caramelle, tutto ciò che poteva distrarre i bambini in una situazione di estremo disagio. Tutto materiale consegnato, con la collaborazione dell’associazione ‘Era’ di Foggia, alla tendopoli di Amatrice e al Palacordoni di Rieti.
La maggiore presa di coscienza del nostro ruolo l’abbiamo testata al Policlinico Gemelli, dove erano ricoverate due sorelline, uniche superstiti di una intera famiglia colpita dal terremoto; ogni intervento terapeutico di clownterapia sembrava difficile, eppure con molta discrezione siamo riusciti a far sorridere le due piccole: un’esperienza che ci ha insegnato quanto sia necessaria­­, per essere utili in situazioni estreme, una grande preparazione ed un saldo equilibrio personale per esporsi a contattare persone in situazioni tragiche, in un’attività così complessa e apparentemente contraddittoria.

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n. 10 / Dicembre 2017

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