La voce di Nastassia Calia scalda l’Europa

La voce di Nastassia Calia scalda l’Europa

Tra teatro e musica: storia di un talento a tutto tondo
Il sogno di uno spettacolo a Foggia: “Sarebbe come tornare dall’esilio”


È stata Arkadina nel Gabbiano, Liubov nel Giardino dei ciliegi, Sofia nel Platonov, Gertrude in Amleto, Nelly in “Tutto” di Rafael Spregelburd, ora è Nastassia Calia in tour per l’Europa con la sua band. La sua voce ha scaldato Stoccolma, Helsinki, Tallin e Riga per poi continuare il giro tra Spagna, Marocco, Portogallo e Canarie. Un viaggio che è un po’ la metafora della sua vita di attrice, emigrata per studiare e lavorare prima a Roma e poi a Milano: “Quando ero a Foggia non c’erano proprio delle strutture in cui potessi riconoscermi, purtroppo, quindi si sceglie di andare via. E mi sembra sempre di andare via, da tantissimi posti, ma è una cosa positiva, non negativa”.
Nastassia Calia è stata la madrina dell’edizione 2015 del Foggia Film Festival, e prima ancora aveva prestato il volto e la verve comica ad un concentrato di foggianità: la telenovela del web “Acqua lorda”. Tra le tante virtù, ha un raffinato sarcasmo, un’ironia spassosa.
Ha studiato alla Scuola di Teatro del Piccolo di Milano, ed è impossibile scindere l’anima dell’attrice da quella di cantante: “Ho studiato canto lirico con Lydia Stix, che era un’insegnante prodigiosa, e poi canto moderno. Secondo la scuola del Piccolo un attore deve essere necessariamente un cantante. Il teatro è l’amore della mia vita così come il canto, ma c’è una differenza: mentre nel teatro c’è anche un ingaggio molto intellettuale, nel canto è come se i miei pensieri si aprissero, c’è tanto altro che si manifesta ed è una cosa che mi svuota la testa dai pensieri. È un altro tipo di approccio. È l’unica differenza, ma per me restano complementari”. A marzo ha fatto le valige ed è partita insieme ai cinque musicisti provenienti da diverse parti d’Italia.
 Quale repertorio avete portato in tour? E com’è nato questo progetto?
Abbiamo un’offerta variegata, cerchiamo di coprire tutti i generi musicali, anche se io canto soprattutto jazz, soul e blues. Siamo una party band, nata da un anno e mezzo. Abbiamo fatto dei provini ed è iniziata la nostra avventura, un’avventura ben retribuita, devo ammetterlo. In Italia la situazione è quella che è, soprattutto per il teatro e per la disponibilità che hanno le persone a produrre o a investire nei progetti.  Devo essere onesta, sto facendo tutto questo anche per un ritorno economico, perché con i soldi che porterò a casa da questa esperienza e anche con l’esperienza stessa voglio produrre un mio spettacolo teatrale che intendo scrivere di mio pugno. Era l’occasione sia per dare un’altra svecchiatina alla creatività vedendo cose nuove, sia per avere un capitale da investire sul mio progetto.
Che tipo di riscontro hai avuto negli altri Paesi da parte del pubblico?
È stato bellissimo perché in Svezia sono puri, calorosissimi. C’è da dire che in Svezia e in Finlandia non si respira la crisi, e questo si avverte anche nel divertimento e nella disponibilità all’ascolto. Quando mi sono trovata a cantare dei pezzi prettamente italiani, tipo Caruso, ho visto la gente esaltarsi, mi hanno portato fiori, un signore mi ha dato una bottiglia di Champagne con un calice. Si lasciavano emozionare, non c’era diffidenza, non c’era filtro. Molte volte hanno gridato sotto al palco perché continuassimo a suonare. Una delle cose che mi ha divertita di più è stata cantare un paio di canzoni degli Abba - che in Svezia sono il massimo - e vedere il pubblico impazzire perché tu stavi facendo un omaggio alla loro cultura. In Italia il rapporto con il pubblico è un po’ più filtrato, invece lì se c’è da ballare ballano, si divertono  e sono riconoscenti. A fine concerto ci abbracciavano e ci ringraziavano. Una cosa assurda.
Qual è stato e qual è oggi il tuo legame con Foggia?
È complesso avendo allargato sempre di più gli orizzonti, fino a spingermi in quello che per me era il nord massimo che immaginavo da Foggia. La vedo sempre come casa mia chiaramente, dove ci sono i miei genitori. Il punto è questo: mi piacerebbe veramente lavorare a Foggia e dare alla mia città qualcosa di artistico, in qualche modo esistere per la mia città come artista e dare il mio contributo in questo senso. Poi l’ho fatto in modo più o meno divertente giocando con Antonio Cappiello per la telenovela, ci divertivamo molto, era un gioco, però nella mia testa frulla sempre l’idea di fare uno spettacolo dedicato e di riuscire a farlo a casa mia, perché sarebbe bello, sarebbe come tornare dall’esilio che poi in qualche modo uno ha dovuto affrontare per poter studiare e per potersi formare.

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n. 10 / Dicembre 2017

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