Il pianto, la paura e l’ansia nel neonato

Il pianto, la paura e l’ansia nel neonato

La causa può essere fisica o emotiva.
La consapevolezza dell’approvazione/disapprovazione definisce i target buon-me/cattivo me o non-me
di Vittoria Salice - pedagogistra

Il pianto: ciò che maggiormente allarma una madre, nel primo mese di vita del bambino, procurando ansia e tensione, sono le grida di pianto che avvolgeranno la casa nel momento in cui il bebè avrà la necessità di comunicare un suo bisogno o una sua sensazione interna che lo spaventa, essendo, specialmente all’inizio, tutto nuovo e sconosciuto per lui.
E’ importante mantenere la calma affinché la madre possa rapidamente individuare la causa del pianto, che può essere: fisica, come la fame, il freddo o un dolore, oppure emotiva come a risposta di un evento esterno inatteso che lo ha turbato o ad un improvviso senso di abbandono e solitudine. Sullivan nella sua teoria delle relazioni interpersonali diceva che lo sviluppo della personalità e dei disturbi psichici (ansia) è marcato dalle relazioni (esperienze) immaginarie o reali con gli altri e non da fattori intrinseci dell’individuo. Esso è stato creato per pz. psicotici soprattutto per i schizofrenici ed è curabile. Per gli altri teorici la causa è un disturbo organico del cervello o del metabolismo, in presenza di una famiglia difficile, dal vedere le persone diverse da quelle che sono e da un abbassamento dell’autostima.
L’ansia da forma al sé e regola l’interazione con gli altri. Sullivan prendeva spunto dalla teoria delle relazioni oggettuali di M. Klein diceva che la presenza del bisogno del bambino determina una relazione di qualità particolare tra lui e la madre; il tono emotivo di tenerezza materna (presenza/assenza di angoscia, collera, gentilezza …), piuttosto che il soddisfacimento del bisogno, contribuisce in modo decisivo alla formazione della personalità del bambino. I bisogni di gratificazioni/frustrazione sorgono spontaneamente nel bambino, ma l’ansia è qualcosa che lo coglie dall’esterno.
Sullivan distingue tra paura e ansia. La paura: il bambino si spaventa se ha fame e non viene soddisfatto o con un rumore forte, essa agisce come tendenza all’integrazione poiché viene espressa attraverso il pianto che attira l’adulto che si prenderà cura di lui e affronterà il problema.
L’ansia, per contro non ha un oggetto specifico e non sorge dall’aumento di tensione del bambino. Sullivan definiva legame empatico la tendenza alla fusione contagiosa degli umori, dall’adulto al bambino. Se l’adulto è rilassato e a suo agio il bambino oscilla tra stati di benessere euforico a stati di tensione; se l’adulto invece è in stato d’ansia il bambino piange; così si creerà uno stato d’ansia maggiore perché l’adulto non sa come calmarlo. Il bambino definisce la madre buona (non ansiosa) e madre cattiva (ansiosa). Tutti gli adulti che si prendono cura di lui nello stato ansioso per il bambino vengono definiti madre cattiva. La differenza per il bambino è che in questi due stati diversi, la stessa persona per lui sono due persone diverse.
Poco a poco il bambino acquista un controllo sempre maggiore sul suo destino. Prende coscienza della madre buona o cattiva da segnali verbali paraverbali e non verbali. Il secondo passaggio cruciale per il bambino si ha quando si accorge che il fatto che si avvicini la madre buona o cattiva dipenda da lui. Ovvero si rende conto dell’effetto ansioso o calmante che provoca con i suoi gesti nell’adulto di consapevolezza approvazione/disapprovazione buon-me/cattivo me o non-me:  ad esempio si tocca i genitali e produce ansia nell’adulto; dorme e produce calma nell’adulto.
Il bambino associa al dormire approvazione adulto- il buon me. Il bambino associa toccarsi i genitali disapprovazione adulto – il cattivo me.

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n. 10 / Dicembre 2017

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