Sindrome dell’intestino irritabile

Sindrome dell’intestino irritabile

Colpisce il 10-20% della popolazione
Una dieta bilanciata aiuta ad alleviare i sintomi
di Dora Cocumazzi

La sindrome dell’intestino irritabile o IBS (Irritable Bowel Syndrome) è considerata una patologia funzionale, ossia una patologia nella quale non è presente un danno d’organo, ma nella quale si ha un’ anomalia funzionale del colon che porta come conseguenza a tutta una serie di disturbi come: dolore addominale, gonfiore, flatulenza, alvo irregolare (stipsi, diarrea o loro alternanza), variazioni nella consistenza delle feci, stimolo urgente, sensazione di evacuazione incompleta; è possibile riscontrare anche sintomi extraintestinali come mal di testa e astenia.

La sindrome dell’intestino irritabile è cronica ed è caratterizzata da un’alternanza di fasi con sintomatologia acuta e fasi di quiescenza; la patologia ha decorso benigno e, generalmente, non comporta compromissione delle condizioni generali. Si stima che l’IBS colpisca circa il 10-20% della popolazione, con una prevalenza che raggiunge il suo picco tra i 30 e i 50 anni e che interessa principalmente la popolazione femminile, che è colpita in misura doppia rispetto a quella maschile. Nonostante l’IBS sia il disturbo funzionale gastrointestinale più studiato, non sono ancora note le cause che lo determinano, inoltre, è difficile sia da diagnosticare sia da curare, poiché non sono attualmente disponibili cure specifiche.

Si pensa che alla base nell’insorgenza della malattia ci sia un’alterazione della motilità intestinale e una ipersensibilità viscerale, cioè che i soggetti con intestino irritabile abbiano dei recettori di sensibilità viscerale molto numerosi e con una soglia di attivazione più bassa rispetto al normale; potrebbe avere un ruolo importante anche un’alterazione del microambiente intestinale. Recenti studi, inoltre, ipotizzano che, in circa un terzo dei pazienti che ne soffrono, questa sindrome possa essere stata causata da un’infezione gastrointestinale acuta. Per alleviare i disturbi può essere prescritta una terapia farmacologia, in ogni caso, poiché questa non può essere seguita per periodi prolungati, è importante adottare delle abitudini alimentari e uno stile di vita tali da tenere sotto controllo la sintomatologia e che possano essere mantenuti nel tempo.

Prestando attenzione alla dieta è possibile avere un regresso dei sintomi. Purtroppo gli alimenti che determinano un peggioramento dei disturbi non sono comuni a tutti i pazienti, per cui, per poterli individuare, è necessario eseguire un lavoro di eliminazione e reinserimento dalla dieta che permetta di stabilire i cibi che effettivamente determinano la loro comparsa. Tra gli alimenti maggiormente a rischio troviamo: latte, fritture, dolcificanti (sorbitolo, maltitolo, fruttosio, ecc.), frutta secca, cavoli, carciofi, legumi, spezie, caffè e bevande contenenti caffeina, alcolici e bibite gassate.

Una dieta bilanciata, con un contenuto fisso di fibre e di liquidi, può essere utile per alleviare i sintomi poiché favorisce la regolarizzazione del transito intestinale, inoltre la fibra contribuisce al riequilibrio della flora batterica intestinale fungendo da nutrimento per i cosiddetti “batteri buoni”. Anche l’assunzione di probiotici e prebiotici può essere d’aiuto a chi soffre di sindrome dell’intestino irritabile. I probiotici sono microrganismi vivi e vitali che possono ridurre la fermentazione e quindi la produzione di gas intestinale, inoltre aiutano la normalizzazione della flora microbica intestinale.

I prebiotici sono, invece, ingredienti alimentari diversi, tra i quali i fruttoligosaccaridi, che sono fermentati dai batteri intestinali creando condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo della microflora benefica, e ostili per lo sviluppo di batteri patogeni. Per favorire la motilità intestinale è consigliabile, inoltre, fare pasti leggeri, poco abbondanti e frequenti, introdurre adeguate quantità di acqua (1,5-2 litri) per migliorare la consistenza delle feci, mangiare lentamente. Anche una moderata e regolare attività fisica può contribuire all’attenuazione dei sintomi.

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n. 10 / Dicembre 2017

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