Facciamo luce sull’epilessia

Facciamo luce sull’epilessia

Una patologia complessa. Solo i controlli clinici longitudinali e la risposta personale terapeutica possono svelare di quale forma si tratti

La scorsa domenica 5 maggio è stata la Giornata Nazionale dell’Epilessia. In molte piazze italiane si sono organizzati incontri con esperti per cercare di dare qualche spiegazione e utili indicazioni su tale argomento. A Foggia l’incontro con gli esperti in Piazza Cesare Battisti è stato organizzato dal coordinatore regionale della Lega Italiana contro Epilessia prof. L. M. Specchio (Clinica delle Malattie del Sistema Nervoso, S.C. di Neurologia Universitaria di Foggia). Slogan della manifestazione è stato “Facciamo luce sull’epilessia”.

Parlare, spiegare cosa è l’ epilessia è ancora problematico anche per noi esperti in quanto, pur essendo nel ventunesimo secolo, l’espressione epilessia è purtroppo “densa” di pregiudizi. La parola Epilessia deriva dal greco epilambànein: “prendere sopra”, “sorprendere”, “afferrare”; ma anche “essere colti di sorpresa”, “essere sopraffatti”. Il significato del termine si riferisce al modo improvviso in cui la malattia si manifesta e, insieme, al senso di prostrazione cui soggiace il soggetto che ne viene colpito. Tale patologia ha goduto di diversa considerazione nei secoli, tanto da essere considerata sacra ai tempi del padre della medicina, Ippocrate, per poi, con il sopraggiungere del Medioevo, diventare, per un curioso ribaltamento, “diabolica”, “demoniaca”. Ritorniamo ai nostri tempi: quando ricoveriamo qualcuno per un primo episodio critico spiego subito ai genitori che non possiamo parlare immediatamente di epilessia; solo qualora al bambino si ripresenti un altro episodio critico possiamo diagnosticare la patologia.

A questo punto cerco di spiegare che quando qualcuno è affetto da epilessia, questo non significa nulla di definito! È come quando si va dal pediatra e si dice che il bambino ha la febbre. Il pediatra fa tante domande per poi capire e spiegare se è una febbre da raffreddore, da bronchite o da varicella e pertanto, dopo un’ attenta anamnesi familiare e personale, dopo un attento esame obiettivo, prescrive i dovuti e specifici esami per poi potere diagnosticare quale è l’agente patogeno e dare le cure specifiche che cambiano da caso a caso; infatti la febbre da raffreddore non ha bisogno di farmaci ma verosimilmente dei metodi della nonna, le famose 3 L: latte, letto e lana, invece per una febbre da bronchite è necessaria la terapia con l’antibiotico, lo stesso dicasi per la varicella in cui potrebbe essere utile la prescrizione della terapia con antivirale. In tal maniera il pediatra può dare soprattutto le giuste risposte ai genitori: da cosa il loro figlio è affetto. Perché penso che quando un genitore ha le risposte adeguate, non dico che può soprassedere, ma, almeno potrebbe stare tranquillo ed essere meno carico di ansia.

Sono queste risposte che i nostri pazienti e nel mio caso soprattutto i genitori dei pazienti vogliono sapere. Quindi anche noi, come il pediatra, dopo una attenta anamnesi familiare, personale, dopo un esame obiettivo generale e neuropsichiatrico, prescriviamo degli esami strumentali per poter dire da quale forma di epilessia il nostro assistito è affetto; in quanto nella grande famiglia dell’epilessia ci sono delle forme secondarie a patologie sottostanti e non guaribili e forme che possono andare a guarigione e di conseguenza non pregiudicano il futuro del bambino.

Comunque non sempre è tutto così facile, ma, solo i controlli clinici longitudinali e la risposta personale terapeutica possono svelarci di quale forma di epilessia si tratti e dare le legittime riposte che i genitori giustamente vogliono sapere.
È opportuno, come dice il tormentone di questi giorni: “Devi stare molto calmo”. La calma aiuta non solo i genitori ma soprattutto i bambini, che crescono con le nostre parole, con i nostri sguardi, emozioni, ansie.
E se posso dirlo aiuta anche noi medici cui sta a cuore il benessere dei nostri pazienti.

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n. 10 / Dicembre 2017

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