Dai “Nativi digitali” ai “Mobile born”: i rischi (e le potenzialità) dell’infanzia smart

Dai “Nativi digitali” ai “Mobile born”: i rischi (e le potenzialità) dell’infanzia smart

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Archiviate costruzioni, bambolotti e macchine telecomandate: benvenuti nell’era dell’infanzia smart. Ovvero, l’era dei ‘Mobile Born’, la generazione di precocissimi infanti in grado di destreggiarsi senza difficoltà con il linguaggio dei dispositivi tecnologici ed interattivi - come tablet e smartphone, per citarne alcuni - prima ancora di muovere i primi passi o padroneggiare la lingua madre.

E non si tratta di un’esagerazione: lo mette nero su bianco la letteratura scientifica e lo dimostra ogni giorno la realtà dei fatti. Basta trascorrere una serata in un luogo pubblico, come un ristorante o una pizzeria, per notare bambini vicini al primo anno di vita concentratissimi sui dispositivi dei propri genitori come lo sarebbe un manager intento a controllare la posta del giorno. Nel volgere di un decennio o poco più, un nuovo scarto culturale e tecnologico si è compiuto all’interno delle stesse famiglie, magari tra primogeniti e secondogeniti, e presenta oggi il suo prodotto sociale: è il passaggio dai ‘Nativi digitali’ - la generazione di bambini che con computer, internet e cellulari hanno dimestichezza sin dalla nascita - ai ‘Mobile Born’, ovvero quelli che prima di imparare a parlare o camminare sanno già muoversi con agilità tra le applicazioni di smartphone o tablet.

Una realtà nuova, che si affaccia prepotente con il suo bagaglio di luci ed ombre, riserve e perplessità. Per fare chiarezza e fugare ogni dubbio, ne abbiamo parlato con la dottoressa Debora Penna, psicologa foggiana specializzanda in psicoterapia cognitivo-comportamentale. Dottoressa Penna, quanto l’infanzia smart preoccupa genitori, nonni, educatrici ed insegnanti? Quali sono i principali dubbi o riserve manifestate al riguardo?

Gli adulti, che hanno come obiettivo l’educazione dei più piccoli, manifestano spesso delle perplessità su questo punto. Ad esempio, si chiedono se la tecnologia possa essere un ostacolo all’espressione della fantasia e della creatività dei bambini, oppure se metta a disposizione opportunità per esprimersi in forme nuove, allargando le possibilità della condivisione e della comunicazione.

Quanto e come l’utilizzo di dispositivi tecnologici ed interattivi già in tenerissima età, può incidere - in positivo e in negativo - sullo sviluppo del bambino e sulle sue capacità di socializzazione?
L’uso di questi dispositivi favorisce lo sviluppo delle funzioni cognitive, come l’attenzione, la ricerca visuo-spaziale, la coordinazione oculo-manuale e il ragionamento. Trascorrendo troppo tempo in una realtà virtuale, i bambini tendono però, a isolarsi e a non potenziare tutte le altre abilità, maggiormente quelle sociali che si sviluppano nel gioco reale, con coetanei in carne e ossa e in contesti diversi.

L’interattività è, però, un criterio alla base di ogni gioco educativo. Allora cosa c’è di sbagliato o pericoloso nella generazione dei Mobile Born?
Non c’è nulla di sbagliato, ma l’uso deve essere guidato da un adulto ed equilibrato rispetto ad altre esperienze, come giocare all’aria aperta, a contatto con la natura, con altri coetanei, ambienti in cui il bambino possa sperimentarsi in diverse modalità. Il rischio di limitare l’esperienza di gioco al solo ‘mobile’ è quello di sviluppare maggiormente le capacità cognitive a scapito di quelle sociali e relazionali.

Le abilità che si acquisiscono in questo modo sono da considerarsi come forzature o rientrano in un processo di apprendimento naturale parallelo?
No, non credo siano forzature. Le abilità cognitive che si sviluppano tramite i dispositivi sono le stesse che prima si acquisivano attraverso i libri animati e la tv. In effetti, la presentazione grafica oggi rende tutto più attraente, per i piccoli ma anche per i grandi. Però, lo sviluppo di tutte le potenzialità del bambino non può ridursi certamente al solo uso del dispositivo: il profumo della natura, la consistenza di una pietra o della sabbia, il piacere di fare un gioco con un piccolo amico e le emozioni positive che ne conseguono non possono avvenire se non utilizzando tutti gli altri sensi.

Cosa favorisce realmente l’apprendimento nel bambino? Ovvero: qual è il ruolo dei genitori?
Il gioco è la principale attività del bambino e riveste un ruolo formativo determinante per lo sviluppo della sua personalità. Mediante l’attività ludica, prende coscienza della realtà circostante, si sente protagonista dell’azione, afferma sé stesso e le sue esigenze e arricchisce la sua immaginazione. I genitori dovrebbero sostenere i bambini in questo percorso di conoscenza e di curiosità verso l’ambiente, ma i dispositivi elettronici, se usati esageratamente, limitano l’esplorazione e le possibilità di apprendimento. Alcuni studi britannici hanno evidenziato che i bimbi della scuola materna, ai quali i genitori hanno precocemente e assiduamente fatto usare il proprio tablet, sanno far scorrere lo schermo del tablet ma non hanno le abilità cognitive e manipolative per usare le costruzioni, oltre ad avere difficoltà nelle relazioni con i compagni e gli insegnanti. Quindi, la tecnologia non può rimpiazzare il contatto diretto con i bambini, che è la miglior fonte di apprendimento, anche per sviluppare le abilità linguistiche.

Ci sono dei segnali, dei campanelli d’allarme da cogliere, per capire quando si è oltrepassato il segno, e l’uso è diventato abuso?Sicuramente è un problema se il bambino inizia a dedicare la maggior parte del proprio tempo ad attività connesse all’utilizzo del dispositivo. Segnali da non sottovalutare possono essere il senso di stordimento, il mal di testa, le vertigini o un atteggiamento di estrema affettività verso l’oggetto elettronico, fino al punto da non volersene separare anche per poco tempo.

Tra un atteggiamento censorio e uno largamente permissivo quale deve essere, quindi, l’approccio da parte di genitori e nonni? Non deve prevalere nessuno dei due approcci: bisogna definire i tempi dedicati a tutti i giochi, virtuali e reali, facendo in modo che adulti e bambini utilizzino insieme il più possibile il dispositivo elettronico, in modo che diventi un momento di interazione e condivisione. Bisogna insegnare a vivere e a crescere anche nel mondo virtuale, che è ormai parte integrante della nostra realtà.

In definitiva: tablet sì o tablet no? Con quali accortezze?
Credo che, per i più piccoli, si debba preferire l’utilizzo di giochi diversificati, alternando dispositivi elettronici a giochi reali, in modo da sviluppare tutte le abilità del bambino, tutti i loro sensi e le loro emozioni. Dovremmo curare particolarmente le abilità relazionali ed emotive dei più piccoli, in modo che crescano non solo come grandi esperti di tecnologia, ma anche riuscendo a godere della compagnia dell’altro e a saper stare da soli, senza la necessità di essere continuamente stimolati.

IL PROGETTO | “Animal social club”, generazione in tempo reale. Presto il debutto a Roma
Una dimensione altra, un linguaggio nuovo, un differente modo di gestire e vivere i rapporti e gli affetti. E’ questo l’habitat (in)naturale della “Generazione social”, uomini e donne in perenne divenire, in costante scoperta. Una generazione scandagliata e messa a nudo, a teatro, in “Animal Social Club”, lo spettacolo che la Piccola compagnia impertinente ha presentato con successo a Foggia e che è pronto a debuttare, a marzo, al Teatro Furio Camillo di Roma.

Un tema che non conosce distinzioni geografiche né scarti culturali; che riguarda da vicinissimo giovani e meno giovani, e che per questo impone una profonda riflessione. Al centro dello spettacolo c’è la social communication, il grande specchio nel quale dobbiamo rifletterci tutti, indagando sul come e sul quanto siano cambiati i rapporti, la qualità dei sentimenti e il valore delle parole dall’inizio di questa rivoluzione ancora in atto e dalla portata incalcolabile.  Questo spettacolo nasce da due diverse urgenze che convergono verso lo stesso obiettivo”, spiega Pierluigi Bevilacqua, che ha curato la regia dello spettacolo ideato e scritto a quattro mani con Enrico Cibelli. “La prima è quella di ‘ragionare’ attraverso il teatro su un argomento così ampio e così rivoluzionario; la seconda è essere pronti a descrivere la realtà e le sue devianze; la dipendenza dal surrogato di vita - lo smartphone - è qualcosa che abbraccia la quasi totalità degli esseri umani, così da essere, probabilmente, la più grande rivoluzione culturale di massa”.

Animal Social Club è, insieme, spettacolo, perfomance, installazione. Qualcosa che può incuriosire, dividere, irritare o entusiasmare. E’ uno spettacolo in cui i cinque sensi sono costretti ad aprirsi per comprendere ciò che le scene raccontano. “La prima parte è quasi totalmente composta da suggestioni visive, con un simbolismo performativo che rimanda e accresce il lato grottesco e surreale dell’ambiente social, una gabbia di luci e di schermi illuminati che sostituiscono le persone stesse”, puntualizza il regista; “la seconda tutta basata sulla riacquisizione progressiva dei sensi, forzatamente simbolica tale da proporre un’alternativa alla deriva da ‘solitudine condivisa’ del mondo virtuale”. Scandagliare i fenomeni dell’attualità è la mission della compagnia foggiana: “Il teatro deve avere il dovere di far riflettere chi ne usufruisce, di formare ipotesi di cambiamento, di stimolare confronto. A tal proposito Animal social club ha sviluppato un acceso dibattito tra gli spettatori che hanno affollato il teatro, nel post spettacolo, con un confronto generazionale che rappresenta una vittoria per noi che abbiamo scommesso su questo tema”.

Intervista doppia

Commenti

Stella ha scritto:
Dec. 23, 2014

Sono una mamma e questo tema mi sta a cuore. Ma è davvero la scelta giusta la tecnologia a supporto della didattica? Ho letto anche altre informazioni al riguardo https://dirittideicittadini.wordpress.com/

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n. 10 / Dicembre 2017

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