A trecento chilometri (in linea d’aria) dai focolai

A trecento chilometri (in linea d’aria) dai focolai

LE MISSIONI L’esperienza di Antonio Scopelliti, ginecologo e fondatore di ‘Solidaunia’
Dove solo la solidarietà è contagiosa. Bissau e Bigene non sono la Guinea Conakry

Una geniale vignetta di Vauro illustra, col solito feroce sarcasmo, la percezione dell’allarme Ebola in Occidente. Disegna due uomini scheletriti di una tribù: uno chiede all’altro se del fatto che muoiano di fame invece non gliene importi niente a nessuno. “La fame non è contagiosa”. Chi ha paura dell’ebola guarda con sospetto le frontiere e i clandestini, ma il virus non viaggia lungo le rotte della speranza. E nemmeno la Guinea è tutta un focolaio.

Antonio Scopelliti, medico-missionario, non ha tagliato i ponti con Bissau da quando è scoppiata l’epidemia di febbre emorragica in Africa. Anche quest’estate ha portato i rinforzi nella clinica pediatrica Sao Josè em Bor, a pochi chilometri dalla capitale. L’ospedale è stato costruito grazie alle donazioni e alla Chiesa Cattolica ed è l’epicentro delle missioni umanitarie dei camici bianchi. Un’intera équipe operatoria medica e infermieristica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria “Ospedali Riuniti” di Foggia a giugno è volata in Guinea Bissau. Ha passato le ferie a fare volontariato.

Il timore del rischio ebola non ha nemmeno sfiorato Antonio Scopelliti e i suoi colleghi. “Io sono tornato dalla Guinea - attenzione, la Guinea Bissau - il 13 luglio, e un gruppo di nostri motociclisti è arrivato il 12 novembre e non ha avuto alcun problema. A meno che non si vada proprio nelle nazioni colpite non c’è alcun pericolo. E poi per i Paesi a rischio c’è una limitazione  all’ingresso: bisogna chiedere il visto all’ambasciata e a meno che uno non ci vada per fare servizi di volontariato, parlo di medici e infermieri, non te lo danno fino a quando non sarà risolto il problema”.
Il focolaio principale si è sviluppato altrove, in Guinea Forestale, isolata rispetto alla Guinea Bissau che, ufficialmente, ha chiuso le frontiere con la Guinea Conakry a scopo precauzionale.

Antonio Scopelliti, ginecologo e medico missionario per vocazione, è il fondatore di Solidaunia la Daunia per il mondo onlus, organizzazione non governativa foggiana da anni impegnata nella cooperazione allo sviluppo nel sud del mondo.
L’ong sta lavorando alla realizzazione di un punto nascita a Bigene dove c’è un altro missionario foggiano, Don Ivo Cavraro, ex parroco di Segezia, che ad agosto ha contribuito a fare un può di chiarezza pubblicando le informazioni in suo possesso sul sito internet dei missionari di Bigene: “La Guinea-Bissau ha tantissimi problemi, ma nessun malato e  nessun morto per ebola. L’ebola c’è, ma in Guinea-Conakry, che nulla ha a che fare con la Guinea-Bissau”. Bissau si trova a più di 200 chilometri in linea d’aria dalle aree colpite (oltre 800 sulla mappa), Bigene a più di 300. “Se poi consideriamo le strade che collegano Bissau e Bigene alle aree colpite dall’ebola i chilometri sono molti di più e su strade che sono poco più che sentieri, non certo autostrade”.

La gente lì si sposta a piedi, in bici, al più in camion corriere, mica in auto, e gli scambi con la foresta equatoriale sono stati praticamente azzerati. Per precauzione, in Guinea Bissau sono stati annullati i mercati e gli incontri pubblici. Nelle zone rosse della mappa del contagio sono entrate solo due organizzazioni italiane: “A parte qualche organizzazione che se n’è un po’ interessata - spiega Antonio Scopelliti - Emergency e i Medici con l’Africa CUAMM di Padova che erano già presenti nella zona si sono resi parte attiva sia nella prevenzione che nel trattamento dei malati, ma non sono partiti organismi nuovi non presenti sul territorio. Praticamente si sono rinforzati soltanto quelli già esistenti”.
Nel suo ambulatorio Scopelliti visita anche le donne immigrate, oltre a promuovere una serie di campagne di prevenzione. Nessuna preoccupazione per le pazienti. “Non c’è un problema Ebola per quanto riguarda le immigrate perché il viaggio con cui arrivano in Italia è più lungo della fase di incubazione che è superiore ai 21 giorni”.

Conosce bene il protocollo da adottare per casi sospetti. In Italia le direttive arrivano dal Ministero della Salute. “Solo due centri in Italia sono abilitati alla diagnosi, lo Spallanzani di Roma e l’Ospedale Sacco di Milano. Se c’è qualche dubbio bisogna fare il prelievo e mandarlo presso questi due centri. E comunque almeno tra le immigrate presenti a Foggia nessuna arriva da Sierra Leone, Liberia e Guinea Conakry, le nazioni colpite. Peraltro ora gli organismi del Ministero della Salute della Liberia hanno annunciato che almeno per loro è finito il periodo di quarantena. Insomma, non ci sono nuovi casi, quindi restano soltanto la Sierra Leone e la Guinea Conakry e non ci sono immigrati che vengono da lì qui a Foggia, quindi non c’è alcun problema”.  

Mariangela Mariani

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n. 10 / Dicembre 2017

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