Una malattia che ‘viaggia’ in aereo

Una malattia che ‘viaggia’ in aereo

E’ corsa contro il tempo per individuare i sintomi
Due casi sospetti a Foggia: “Ma era solo influenza”

Vito Procacci, direttore del Pronto Soccorso di Foggia tira un sospiro di sollievo: “A Foggia la ‘fobia Ebola’ non è scattata”, spiega. O almeno non ancora. La popolazione continua regolarmente a frequentare il pronto soccorso senza alcuna paura o psicosi collettiva. Dei 150 pazienti che ogni giorno, in media, affollano il presidio di emergenza, negli ultimi due mesi, l’allarme ebola è scattato solo due volte, salvo poi scoprire che si trattava ‘solo’ di influenza. In questi casi - è lo stesso primario a dirlo - non si possono commettere leggerezze e nulla va lasciato al caso. Anzi, è stato messo a punto un protocollo molto rigido e rigoroso che segue specifiche direttive nazionali. Una macchina che, almeno nei casi in cui è stata avviata, non ha mostrato falle o intoppi di sorta.

Prof. Procacci, in cosa consiste questo protocollo di emergenza?
All’interno dell’ospedale policlinico universitario abbiamo creato, d’intesa con la professoressa Santantonio, una sala e un percorso di isolamento con “zona filtro”. Nel pronto soccorso, in particolare, abbiamo inaugurato una nuova zona che di fatto lo raddoppia, evitando il rischio di promiscuità e contagio.
In che modo?
Prima, i pazienti in attesa (codici gialli) venivano presi in carico alla porta, ma rimanevano di fatto nella zona antistante il pronto soccorso. Adesso questa zona si chiama ‘Nucleo assistenziale avanzato’ ed è stato spostato, arretrato in un ambito protetto; i locali adiacenti la porta sono ora vuoti e fungono da zona cuscinetto presidiata da un infermiere di triage. Nel momento in cui l’infermiere dovesse intercettare sintomi come febbre, associata ai criteri di rischio, indossa - senza contatto alcuno - un kit di protezione e lo fa indossare anche al paziente che viene fatto accomodare nella sala di isolamento. Se il sospetto è reale si attivano i medici di Malattie Infettive, già pronti con tute specifiche, che lo trasferiscono in un ambiente specifico. Se il virus viene accertato, il paziente viene trasportato - secondo un preciso protocollo - all’Ospedale Spallanzani di Roma per le cure del caso.

Parliamo di kit e dispositivi già presenti in pronto soccorso?
Si, sia nel pronto soccorso che nel reparto di Malattie Infettive.
Due i casi sospetti passati per il pronto soccorso foggiano. La ‘macchina’ ha funzionato bene?
La macchina è stata perfetta. Nessun intoppo e nessuno si è accorto di nulla: non c’è stato panico nella sala.

E in realtà di cosa si trattava?
Di sintomi influenzali, con complicanze nemmeno specifiche. Ma trattandosi di soggetti di ritorno da viaggi in zone confinanti quelle attenzionate per i focolai di ebola abbiamo ritenuto opportuno procedere in questo modo. Nulla viene lasciato al caso. Non si può.

Crede che il Pronto Soccorso sia luogo deputato ad intercettare un possibile caso di ebola?
L’ideale sarebbe che un caso di ebola non passasse proprio di qui: le procedure di evitamento del contatto sono molto strette perché l’infettività ed il rischio contagio sono altissimi. La procedura nazionale, infatti, stabilisce che se gli operatori del 118 dovessero intercettare un caso sospetto devono portare il paziente direttamente nell’area isolamento. Ad oggi, però, solo il 20% dei pazienti giunge in pronto soccorso tramite il 118; la restante parte ci arriva sulle proprie gambe e allora è difficile prevedere o prevenire eventualità di questo genere.

L’ebola, in Italia in generale, e a Foggia in particolare, è più una fobia o una possibile emergenza?
Ne l’una e né l’altra. E’ una possibilità molto remota, ma data la sua gravità c’è la necessità di organizzarsi adeguatamente e per tempo.

Ci sono regole o consigli utili da seguire?
Purtroppo no. L’unico punto fermo, al momento, è che i casi sospetti devono essere isolati e trattati nel minore tempo possibile e questo è un compito degli operatori del sistema sanitario. Solo una cosa vorrei chiarire: l’ebola non può passare in alcun modo per il tramite dei migranti africani, perché il ciclo della malattia si articola in 20 giorni. E i cosiddetti “viaggi della speranza” durano molto di più. L’ebola può viaggiare solo in aereo.

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n. 10 / Dicembre 2017

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