“Dieci o mille, i diritti non conoscono numeri”

“Dieci o mille, i diritti non conoscono numeri”

L’esperienza di Famiglie Arcobaleno raccontata dal presidente Giuseppina La Delfa
Due le richieste: una posizione paritaria rispetto alla legge e alla cultura

Sulle ‘Sentinelle in piedi’ che in tutt’Italia manifestano contro il matrimonio e le adozioni per le coppie omosessuali picchia duro - “sono chiusi e fermi nelle loro posizioni, come pilastri posati sul suolo” - mentre sul decreto legge per le unioni civili, Giuseppina La Delfa frena gli entusiasmi: “Siamo ancora ai primi passi - spiega - ce n’è di strada da fare”. Lei, presidente nazionale dell’associazione ‘Famiglie Arcobaleno’, ha ben presente il polso della situazione e bastano poche parole per comprendere indole e tempra. Per metà francese, La Delfa conserva le sue origini in un vezzoso accento che non la rende meno dura quando si trattano gli argomenti che più le stanno a cuore. Ad esempio, appare infastidita da quanti le chiedono, continuamente, quante siano le coppie omogenitoriali in Italia. “Lo chiedono tutti, ma è davvero così importante? Cosa cambia se sono dieci, cento o mille. Un diritto è un diritto a prescindere dal numero”.Touché. Poi, snocciola alcuni dati che si fondano sull’esperienza dell’associazione fondata nel 2005 e che riunisce donne e uomini che hanno accettato la propria omosessualità dopo aver già avuto dei figli all’interno di una relazione eterosessuale, coppie o single omosessuali che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo.

Ad oggi, infatti, Famiglie Arcobaleno conta un migliaio di soci, due terzi con figli, mentre l’altro terzo li sta ancora cercando. “In realtà nessuno sa quanti siamo, perché non c’è mai stato un censimento, su chi sono e quante sono le coppie omogenitoriali. La nostra associazione conta più di 300 famiglie e oltre 350 tra bambini e ragazzi che hanno genitori omosessuali. La maggior parte ha due genitori dello stesso sesso, qualcuno ha un solo genitore omosessuale”. Nei fatti, loro sono l’esempio vivente di un paradosso tutto italiano e che non ha eguali in Europa. Ed è la stessa La Delfa ad indicarne le coordinate. “Il Governo Renzi prospetta la possibilità di un matrimonio per omosessuali e la possibilità di adottare il figlio naturale del proprio partner mediante “stepchild adoption”. Una possibilità che ci darebbe serenità perché permetterebbe di sistemare molte questioni di ordine pratico oltre che patrimoniale”, spiega. Ma è solo una timida apertura, una sorta di ‘contentino’, a giudicare dalla corsa ad ostacoli, lo slalom tra i “No” eretti come paletti e sbarramenti che si presentano immediatamente dopo. No all’adozione di figli esterni dalla coppia, no alla fecondazione eterologa per gay e lesbiche e ancora no, no e no. Così, si genera un cortocircuito burocratico, legislativo ed ideologico che non esita a definire “ipocrita e altamente offensivo”.

“Non possiamo adottare figli esterni alla coppia. Quindi per mettere su famiglia dobbiamo ricorrere all’eterologa. Quindi lo facciamo in modo clandestino fuori dai confini italiani. Una volta rientrati in Italia, però, possiamo adottare il figlio così avuto dal nostro partner. Una assurdità. Mentre se fosse possibile l’adozione tanti di noi, non dico tutti, adotterebbero, soprattutto le coppie di papà per i quali diventare genitore può essere più complicato…”.

Lo definisce un atteggiamento estremamente sprezzante nei confronti dei genitori omosessuali. “Questa chiusura vuol dire che non ci ritengono il luogo idoneo ad accogliere un figlio, che non siamo capaci di dare cure e affetto a bambini e ragazzi che, nel frattempo, però, restano soli in orfanotrofi o in case famiglia. E’ una posizione di una ottusità, cattiveria e violenza inaudita. Oltre che una inaccettabile ipocrisia: o pensano che le nostre strutture familiari possano accogliere minori, oppure no. Manca una presa di posizione netta”.

Ma c’è davvero consapevolezza in queste battaglie? Viene da chiedere. “Io penso proprio di no - taglia corto La Delfa - la maggior parte delle persone che oggi protesta in piazza non sa nemmeno di cosa parla. Hanno avuto una formazione estremamente orientata e negativa nei confronti degli omosessuali in generale, e delle famiglie omogenitoriali in particolare. Non solo non conoscono la situazione, ma - cosa più grave - non vogliono nemmeno conoscerla. E lo dico a ragion veduta, perché abbiamo cercato più volte un confronto reale che ci è stato sempre negato. Non c’è volontà e desiderio di andare oltre il pregiudizio, ed è questa la cosa più triste”.

Nelle famiglie arcobaleno, poi, tengono volutamente fuori l’aspetto religioso. Da statuto la loro associazione è laica. “La religione è un fatto privato, noi chiediamo diritti. Anche se - colpisce e affonda - in Italia la religione è talmente mischiata con la politica che facciamo fatica a volte a vedere i limiti dell’una e dell’altra”. Per chi invece si preoccupa di come i bambini possano porsi dinanzi ad una famiglia omogenitoriale mette avanti l’esperienza di quasi dieci anni Famiglie Arcobaleno, con i suoi 350 ragazzi: “Per i bambini è tutto più semplice: loro non hanno pregiudizi o sovrastrutture mentali. Magari si chiedono perché l’amico ha due mamme o due papà, poi una volta passata la curiosità diventa la normalità. I ragazzi non se ne fregano più tanto, sa? Vivono tutto in maniera più semplice e immediata, per quello che è”.

E’ per gli adulti, invece, che le cose sono più complicate. E a volte diventa necessario battere il pugno. “Sono due le richieste delle famiglie omogenitoriali: un posto dignitoso e paritario rispetto alle altre situazioni familiari, con parità di opportunità (matrimonio, adozioni e tutto quello che è permesso alle coppie eterosessuali) e la pari dignità di fronte alla cultura, ovvero essere presenti nelle storie dei bambini, nei libri, nei programmi scolastici. Insomma, essere presenti nel mondo e nella storia. Se abbiamo queste due cose non abbiamo altre richieste se non vivere in santa pace con gli altri”.      

Maria Grazia Frisaldi

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n. 10 / Dicembre 2017

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