Dalla Sala Rosa ai “rifugi”:  ecco la mappa dell’assistenza

Dalla Sala Rosa ai “rifugi”: ecco la mappa dell’assistenza

Cosa fare, dove andare, a chi rivolgersi
I consigli di Ines Panessa di Via le Mani dagli Occhi

Non vuoi dirlo neanche alla tua amica. Te l’aveva detto di starci alla larga. Finisci a girare intorno al palazzo, a fare il pari e dispari se risalire. Che tutto passa, e il resto va. Chiudersi in casa non vale, perché ti ritornerà indietro. Non è che il numero della polizia non sia la prima cosa che salta in mente ad una donna che ha subito percosse, abusi, maltrattamenti, violenza. Semplicemente, a volte non lo compone, rimanda, perché non confida nella giustizia, perché non ha il coraggio di ribellarsi o ha paura dell’abbandono. Nemmeno la denuncia basta. C’è tutto un percorso per uscirne, e a conoscere la strada è Ines Panessa, presidente dell’associazione di volontariato Via le Mani dagli Occhi, per la valutazione e il trattamento di soggetti abusati e maltrattati.

DOVE ANDARE “La prima cosa da fare è rivolgersi al Pronto Soccorso per valutare le eventuali lesioni. Lì la vittima troverà personale specializzato in grado di fornire anche assistenza psicologica. Dopodiché, può decidere se formalizzare la denuncia e quindi procedere legalmente nei confronti del suo aggressore”. La psicologa forense Ines Panessa consiglia di andare in Questura, terza sezione della squadra mobile, reati contro la persona. L’alternativa è rivolgersi ai centri presenti sul territorio e alle associazioni di volontariato proprio come Via Le mani dagli occhi, dotata di un’equipe specializzata in grado di supportare la vittima dal punto di vista psicologico, pedagogico e legale.

Oltre alla cultura omertosa, che influenza anche chi assiste ed è spettatore di una violenza, ci si mette pure la scarsità di strutture presenti sul territorio. La vittima maltrattata non sa dove andare per liberarsi dall’aggressore. “Servono strutture residenziali dove la vittima può rifugiarsi e vivere in tranquillità la sua esperienza di elaborazione del trauma. Noi, pur non avendo una struttura dove poter ospitare le donne - o meglio, non ancora - abbiamo contatti con altri centri, ragion per cui se la donna vuole può essere inviata altrove”.

COS’È LA STANZA ROSA  “È un progetto di Via le Mani dagli Occhi in collaborazione con gli Ospedali Riuniti di Foggia che hanno accolto con grande entusiasmo questa nostra proposta per fornire alle vittime di abusi e maltrattamenti una corsia preferenziale nell’assistenza medica, psicologica e legale - e mi riferisco anche a uomini, minori, immigrati, omosessuali - Alla vittima che arriva al triage viene attribuito un codice: è il percorso rosa (di solito viene associato ai codici bianco-verde, a seconda della gravità). Dopo la visita medica, la vittima viene inviata al personale specializzato della stanza rosa. Nelle corsie del Pronto Soccorso ci sono delle “sentinelle”, operatori volontari di Via le Mani dagli Occhi. Con loro la vittima innanzitutto può aprirsi, se vuole. Se decide di presentare denuncia, si può formalizzare in sede, avvalendosi della collaborazione del posto di Polizia e contestualmente allertare la Procura della Repubblica. In caso di minori, se c’è anche solo un sospetto di abuso o di violenza la segnalazione procede d’ufficio. Fisicamente una stanza non esiste ancora, per motivi organizzativi, ma gli operatori ci sono, molto discreti e non facilmente riconoscibili proprio per evitare che la vittima assuma una posizione difensiva”. Dall’associazione di Ines Panessa sono passate soprattutto donne che hanno subito reiterati episodi di violenza. Quando la misura è colma e arrivano ad una condizione di disperazione chiedono aiuto. “Quello che maggiormente ho visto è la strumentalizzazione dei minori nei casi di conflittualità genitoriale, nelle fasi della separazione, e denunciare l’ex coniuge per aver arrecato lesioni in danno di un figlio minore, ma questo dipende dal vissuto e dai tratti di personalità. La donna che ha subito un tale evento lesivo non solo deve lavorare emotivamente sull’elaborazione del trauma, ma deve lavorare sui suoi vissuti e sui tratti di personalità che l’hanno portata a subire quel trauma, altrimenti di carnefice ce ne sarà un altro”.

Mariangela Mariani

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n. 10 / Dicembre 2017

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