“Così ho vinto l’inferno e (ri)conquistato la vita”

“Così ho vinto l’inferno e (ri)conquistato la vita”

La storia di Vittoria, vittima di violenza da parte dell’ex marito
L’appello: “Basta giustificare: abbiate un scatto d’orgoglio e chiedete aiuto”

“Mi sono riappropriata della mia vita, della mia dignità: ne sono uscita vittoriosa”. La sua presentazione è spiazzante, il suo racconto è forte e diretto come un pugno nello stomaco.

Vittoria (un nome di fantasia che collima perfettamente con l’esito della sua storia) va dritto al punto: “Sono una donna fortunata perché ne sono uscita viva. Quante altre donne non hanno avuto questa possibilità?”. Poi abbassa la voce e cerca le parole giuste per ripercorrere i mesi più brutti della sua esistenza.
Vittoria arriva in redazione puntualissima: è una bella donna sugli “anta”, elegante e sobria nell’abbigliamento, piacevole nel modo di parlare e rapportarsi con gli altri. E’ difficile immaginare che il suo passato celi un inferno di violenze fisiche e psicologiche, che un amore malato possa averla spinta ad annientarsi, a sottostare ad un regime di violenze quotidiane, spingendola fino all’anoressia. Solo un’ombra, che di tanto in tanto si affaccia in fondo agli occhi, lascia presagire un passato difficile. “Un’ombra che per anni mi sono portata dietro, che ho continuato a vedere nella folla per strada, negli sguardi dei passanti. Fino a quando non ne sono uscita fuori. E ho vinto. Qualche anno fa, non avrei avuto la forza di raccontare la mia vicenda: avrei rifiutato l’intervista”, confessa.

Una storia come tante, che ad un certo punto va in cortocircuito. Un fidanzamento lungo sei anni e l’atteso matrimonio; poi, infilata la fede all’anulare, qualcosa cambia, l’atteggiamento del marito muta drasticamente. E l’amato diventa padrone. “Col senno del poi, c’erano dei segnali che avrei potuto cogliere. Ma quando si è giovani e innamorati non sempre si ha la lucidità giusta per capire, per cogliere, per difendersi”. Segnali e problematiche che nel giro di sei mesi sono esplose mandando in mille pezzi le certezze di un’intera esistenza, detonando in uno spaccato di vita tutto sommato felice e senza problemi: una bella casa, un lavoro solido alle spalle per entrambi e l’appartenenza a contesti socio-culturali medio-alti.

Ma il malessere covava tra le mura domestiche e si insinuava nel rapporto costruito negli anni, schiacciando psicologicamente Vittoria. “Subivo ogni cosa, avevo paura di dire qualunque cosa, figuriamoci ribellarmi”, spiega. “Oltre alle violenze fisiche - veri e propri pestaggi per i quali ho dovuto fare ricorso più volte alle cure del pronto soccorso - avevo perso ogni riferimento, ogni certezza nelle mie capacità e possibilità di riscatto”. Gli occhi diventano lucidi, Vittoria tira un sospiro e cerca di spiegare, di chiarire: “Si innesca un meccanismo perverso nella mente di una donna vittima di violenza: la prima reazione è quella di mettere a posto le cose, recuperare il rapporto, guarire le ferite del proprio compagno. Per questo si nega l’evidenza dei fatti con tutti: con i parenti, con i vicini di casa, con i medici dell’ospedale”.

Poi questa croce diventa troppo pesante. Le forze vengono meno, ma resta il manto del silenzio a coprire le malefatte e la solitudine. “Mi ero auto-isolata, ero stata al gioco del mio aguzzino: non c’era nessuno a cui chiedere aiuto. E nella spirale autodistruttiva ho raschiato il fondo dell’anoressia”. Ma per Vittoria qualcosa è scattato al momento giusto. Al termine dell’ennesimo litigio, viene messa alla porta. Letteralmente. Scaraventata in strada come un oggetto vecchio. Ma quella è stata la sua finestra verso la libertà. “Sono fuggita e ho chiesto finalmente aiuto. Ho lasciato la città, mi sono rifatta una vita e oggi ho un nuovo marito e dei figli. A loro cerco di insegnare il rispetto per l’altro perché quella è la base di ogni rapporto sano e solido”. Alle donne che vivono una situazione come la sua, invece, chiede “uno scatto d’orgoglio, una presa di coscienza ed il coraggio per chiedere aiuto. Affidatevi ad una persona: che sia un familiare, un nuovo compagno, un operatore del centro antiviolenza. Non restate sole. Chiedete aiuto e salvatevi”.

Maria Grazia Frisaldi

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n. 10 / Dicembre 2017

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