Violenza sulle donne, prevenire per “salvare”

Violenza sulle donne, prevenire per “salvare”

Femminicidi, basta parlare di ‘raptus’: esistono dei campanelli dall’allarme
Ne abbiamo parlato con Anna Costanza Baldry, ‘madre’ del metodo ISA: “Esistono fattori di rischio. Molti episodi possono essere previsti e prevenuti”

Sangue, dolore, costernazione e rabbia. E poi ancora: sangue, dolore, costernazione e rabbia.
Avanti così, con una media piuttosto regolare: ogni quattro giorni, in lungo ed in largo per il Paese, una donna viene uccisa dalla mano del proprio uomo. Una spirale di violenza a maglie strette, nella quale non riesce ancora ad inserirsi, trovando giusta collocazione, la parola “prevenzione”.

Nel paese delle mille contraddizioni, infatti, si parla di prevenzione sempre dopo e mai prima. Sempre a ‘scoppio ritardato’, come uno slogan da salotto televisivo, e non una necessità, una urgenza sbattuta in prima pagina. Perché prevenire è meglio che curare le ferite, asciugare le lacrime, colmare le assenze. E prevenire si può, e in molti casi si deve. Basterebbe intercettare per tempo alcuni segnali, dare peso a campanelli d’allarme che pure ci sono, leggendo bene tra le righe delle colonne di cronaca. Ne è fermamente convinta Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa, docente universitaria presso il Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli e autrice di numerosi saggi sull’argomento (fra cui l’ultimissima versione di 'Dai maltrattamenti all’omicidio', di Franco Angeli).

Grazie ad un approccio al problema composito e integrato, è oggi una delle voci più autorevoli in materia: da 20 anni, infatti, mette a disposizione la sua professionalità, la sua persona ed il suo impegno per combattere questa pandemia. Con l’associazione “Differenza Donna” ha messo a punto - tra le altre cose - il questionario ISA (Increasing Self Awareness), un metodo di autovalutazione del rischio e con lei abbiamo affrontato il tema della violenza sulle donne, non tanto dal punto di vista delle conseguenze penali (per l’aggressore), fisiche o psicologiche (per la vittima), ma in riferimento agli strumenti e alle possibilità di prevenzione.

Violenza domestica, violenza di genere, violenza sulle donne. Le pagine di cronaca dei giornali ne sono piene, tanto da aver creato anche un neologismo ad hoc: ‘femminicidio’. Negli esiti più gravi, si parla quasi sempre di ‘raptus’, di ‘follia’ omicida, di tutto ciò che sottende un gesto improvviso, inspiegabile, imprevedibile. Prof.ssa Baldry, come è possibile, allora, parlare di prevenzione?
Non esiste il ‘raptus’ come classificazione clinica o giuridica. Spesso usiamo questo termine per parlare di qualcosa che non immaginavamo, che è al di fuori di ogni logica e normalità. Purtroppo i dati e la letteratura scientifica ci dicono che si tratta di reati commessi da persone ‘normali’, capaci di intendere e di volere, e che non agendo fuori da un atto di follia, già avevano manifestato indicatori di rischio. Quindi sì, se non tutti, molti femminicidi potrebbero essere previsti e prevenuti.

In che modo e con quali strumenti?
Ad esempio, la valutazione del rischio con il metodo SARA - Spousal Assault Risk Assessment, è uno strumento valido per individuare i fattori di rischio, i cosiddetti campanelli di allarme e dare priorità ad alcuni casi che risultano a rischio di escalation o di recidiva rispetto ad altri. Ed intervenire per tempo. Poi c’è il metodo ISA (Increasing Self Awareness), da me messo a punto grazie a un progetto europeo con l’associazione “Differenza Donna”: si tratta di un questionario che le donne possono compilare online, in forma anonima, sul sito www.sara-cesvis.org per capire il livello di rischio in cui si trovano. Tutti strumenti efficaci per prevenire e contrastare la violenza domestica, la violenza sulle donne.

Nei casi da lei analizzati, quanto influisce la componente culturale? Che ruolo gioca in questa ‘partita’ il contesto sociale di riferimento?
La violenza di genere è spiegabile prendendo in considerazione soprattutto la dimensione sociale e culturale del fenomeno. Questo significa che gli atteggiamenti violenti contro le donne sono in gran parte riconducibili ad una società che ancora vede le questioni familiari come private, e il comportamento prevaricatore e violento dell’uomo come comprensibile e giustificabile. L’onore - l’onore maschile - è ancora molto sentito nella nostra società anche se è celato dietro parole, concetti e politiche nuove. E’ come se il contesto familiare rimanesse un predominio di controllo maschile per alcuni uomini (e anche alcune donne).

Vista in quest’ottica, difendersi dal proprio uomo sembrerebbe cosa possibile. E allora perché è ancora così difficile riconoscere un potenziale aguzzino?
Consiglierei di fare il questionario ISA, che da un profilo di rischio attendibile: se è ‘arancione’ o ‘rosso’, ma anche ‘giallo’, è importante che la donna, se non lo ha già fatto, chieda aiuto. Nell’emergenza e imminenza della violenza chiamando il 112 o il 113 oppure uno dei centri antiviolenza più vicino chiamando il 1522. Si basa su una serie concreta di segnali: svilire, criticare la donna di fronte agli altri, isolare dagli altri, gelosia strumentale al controllo (‘con chi parli’, ‘dove sei stata’, ‘con chi hai chattato’, ‘perché ti sei truccata oggi’…). Anche le minaccia di suicidio oppure il rinfacciare malesseri in caso di fine del rapporto sono segnali da cogliere: non è amore, sono veri e propri ricatti. Un rapporto di coppia si deve basare sul rispetto reciproco. Anche far sentire una persona una poco di buono, ricattandola economicamente o emotivamente non è amore: è controllo e quindi violenza.

E’ possibile tracciare un identikit della vittima-tipo? In quali aspetti si vede - perdoni il gioco di parole - la ‘debolezza’ del cosiddetto sesso debole?
Purtroppo no. Qualsiasi donna può essere vittima di violenza, che è trasversale e può colpire donne povere poco educate come quelle con una posizione socio-economica e di educazione elevata. Le donne, questo sì, a volte hanno introiettato un modello passivo, della crocerossina, che di fronte all’uomo che si lamenta, che sta male o che ha avuto tanti problemi nell’infanzia e adolescenza o fa uso di sostanze o ha un lavoro stressante va compreso, giustificato e aiutato. Non è la partner la persona più indicata per aiutare un uomo che ha problemi perché rischia di trascinarla in un vortice pericoloso. Le donne con scarsa autostima sono più vulnerabili perché si ritengono più ‘meritevoli’ delle critiche, delle accuse, delle violenze. E la società, in questo senso, rafforza questo modello di donna debole, sciocca.

Può bastare un questionario per fare luce nelle pieghe della vita di tutti i giorni, per stanare il pericolo scavando in atteggiamenti apparentemente innocui?
Gli strumenti sopra evidenziati sono una risorsa, delle linee guida, delle indicazione di massima per operatori sociali, della giustizia e per la donna stessa. Una sorta di bussola. Ma è solo attraverso un percorso di sostegno e aiuto professionale e specialistico e congiunto che si inizia e si porta avanti il percorso di uscita dalla violenza.

Quanto ritiene sia importante la diffusione di una ‘educazione di genere’? Si sta lavorando abbastanza in questo senso?
Sicuramente la famiglia, comunque la vogliamo definire, ha un ruolo importantissimo. E poi la scuola. Educare i bambini e le bambine alle emozioni - a riconoscerle, esprimerle e gestirle - ha portato, laddove è stato fatto, a risultati molto interessanti. Mi colpisce vedere ragazze molto giovani che dinanzi ad episodi di violenza subìti dai rispettivi amichetti o già fidanzati, minimizzano, giustificano o sono rassegnate, o ritengono certi comportamenti come segno che qualcuno tiene a loro. Ecco queste ‘distorsioni sociali e cognitive’  sono pericolose e vanno capovolte, spiegando che rispettando e valorizzando le differenze di genere, senza una farraginosa ricerca e imposizione di potere, staremmo tutti e tutte davvero meglio.

Maria Grazia Frisaldi



VADEMECUM
Dal metodo S.A.R.A. - Spousal Assault Risk Assessment

I 10 fattori di rischio

Quando non è amore: i ‘campanelli d’allarme’ da cogliere in tempo

1. Episodi pregressi di gravi violenze fisiche o sessuali (anche su altre donne: il maltrattante non è violento perché la vittima lo provoca, ma a prescindere: smette di perseguitare una donna solo perché ‘passa’ a un’altra)
2. Minacce pesanti di violenza e morte, intimidazione nei confronti dei figli, lanci di oggetti durante i litigi
3. Escalation: nell’arco della relazione c’è stato un crescere della frequenza e intensità della violenza (anche se inframmezzata da riappacificazioni strumentali). Se c’è stato un aggravarsi i maltrattamenti, è probabile che ci sarà ancora di più al momento della separazione. Per questo, se una donna decide di lasciare, è meglio farlo di nascosto
4. Precedente violazione di provvedimenti di polizia già emessi (ammonimento, sospensione della potestà e allontanamento). Questo fattore permette di valutare se le misure sono efficaci nella gestione del rischio oppure no.
5. Atteggiamenti che giustificano o condonano la violenza (a livello culturale o religioso): se l’uomo minimizza, è molto geloso e possessivo, dà la colpa alla vittima, significa che non vuole riconoscere il disvalore giuridico o sociale della violenza.
6. Precedenti penali specifici o no (questo fattore pesa molto di più se ci sono reati contro la persona, per rissa, aggressione o simili)
7. Se i due partner si sono lasciati, o si stanno lasciando. È il momento in cui il pericolo aumenta. Ancora più a rischio sono le situazioni in cui i partner si sono lasciati e rimessi insieme. Il ‘tornare indietro’ indebolisce molto la donna agli occhi del maltrattante: l’uomo vede che ottiene quello che vuole.
8. Se chi maltratta fa abuso di sostanze, alcol o droga: abbassano la soglia di controllo e fanno delegare a uno stato di alterazione la gestione delle proprie emozioni
9. Disoccupazione o grave stato economico, scarsa attitudine a cercare, a mantenere un lavoro, difficoltà ad avere a che fare con il denaro (gioco d’azzardo, vita al di sopra delle proprie possibilità)
10. Disturbi mentali, anche quelli come il disturbo di personalità o bipolare che giuridicamente non condizionano la capacità di intendere o di volere.

Vulnerabilità
1.Condotta e atteggiamento incoerente nei confronti del reo; denunciare e poi ritirare la querela, tornarci insieme, perdonarlo
2.Estrema paura nei confronti del reo, terrore che impedisce alla donna chiedere aiuto per paura di essere uccisa lei o i suoi cari
3.Sostegno inadeguato alla vittima, vittima straniera, senza una indipendenza economica, assenza si servizi e alternative concrete
4.Scarsa sicurezza di vita, lavorare con il maltrattante, avere figli con affidamento condiviso, vivere in un piccolo paese
5.Problemi di salute psicofisica, abuso di sostanza disabilità psico-fisica.


LA TESTIMONIANZA

IL PRONTUARIO

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n. 10 / Dicembre 2017

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