Circo, lo spettacolo che non s’ha da fare

Circo, lo spettacolo che non s’ha da fare

Volantini e striscioni per sensibilizzare e promuovere pratiche “Cruelty Free”
Gabriella e Bianca, due attiviste della protesta di via Paolo Telesforo Al nuovo sindaco: “Quando l’Ufficio dei diritti degli Animali?”

Ti diverti proprio a vederlo soffrire?” L’interrogativo è semplice, chiaro e conciso. E ai tanti genitori diretti al Circo Moira Orfei con bambini al seguito, è sembrato come un fendente, un dito puntato alla coscienza di ognuno. Spalle al muro, sorriso smorzato.

Erano una trentina gli animalisti foggiani che hanno protestato in via Paolo Telesforo, a Foggia, nei pressi del tendone della regina del circo, in città per 12 giorni. Una protesta pacifica: solo volantini e striscioni e - soprattutto - la voglia di sensibilizzare la città, spiegare cosa c’è dietro il circo degli animali, cercare un confronto per diffondere le buone pratiche “Cruelty Free”. Ne abbiamo parlato con le animaliste foggiane Gabriella e Bianca.

Dopo la manifestazione per fermare la mattanza degli agnellini nel periodo di Pasqua, ora la protesta pacifica dinanzi al Circo Orfei. Foggia è una città ‘amica degli animali’?
Gabriella: Tanti foggiani amano gli animali e molti lo dimostrano negli sforzi profusi nell’attività di volontariato a favore di cani e gatti randagi. Di contro, all’ordine del giorno, ci sono anche episodi di abbandoni e maltrattamenti e l’indifferenza delle istituzioni. Bianca: In occasione di questi eventi ci capita di riscontrare spesso il favore della gente, ma anche il disappunto di chi ritiene ci siano questioni più importanti per cui battersi…

A protestare, però, eravate in trenta o poco più. Quanto ancora c’è da fare per promuovere questo tipo di cultura?
Gabriella: Tantissimo con gli adulti ma soprattutto con i bambini. Attraverso circhi, zoo o delfinari, i bambini imparano che l’animale non ha una sua dignità, che non è diverso da una cosa, che si può usare a proprio piacimento, e che questo uso è divertente. Lo spettacolo dell’umiliazione di esseri viventi strappati dal loro ambiente, chiusi in gabbie, costretti ad una vita innaturale, addestrati con l’uso della coercizione al fine di assumere pose e a compiere atti che non appartengono alla loro natura insegna ai nostri figli che dominare, costringere gli altri ai propri ordini, è una cosa positiva, un comportamento accettabile, addirittura da applaudire.

Essere animalista significa, però, osservare anche altre pratiche “cruelty free” che vanno dall’alimentazione agli acquisti…
Gabriella: Essere animalisti significa anche chiedersi, utilizzando il titolo di un libro di M. Joy, “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche?”. Il rispetto per la vita al di là della specie, il riconoscimento di tutti gli animali come esseri senzienti dotati di diritti e la coerenza nelle scelte conduce inevitabilmente a uno stile di vita vegan: nessuna violenza e sfruttamento animale nell’alimentazione e nelle scelte d’acquisto come abbigliamento, prodotti per l’igiene della persona…

A quanti vi accusano di essere “estremisti” o “fondamentalisti” cosa rispondete?
Bianca: Se rifiutare di procurare sofferenza o uccidere forme di vita senzienti differenti dalla nostra significa essere estremisti, allora sì, lo siamo.

In cosa si può migliorare? C’è una richiesta particolare da avanzare alla nuova amministrazione comunale?
Bianca: Alla nuova amministrazione chiediamo di istituire l’Ufficio dei diritti degli Animali, previsto dal “Regolamento per il benessere degli Animali” del 2007, ma a tutt’oggi inesistente; praticare una politica di sensibilizzazione e informazione della cittadinanza sul possesso responsabile, sui diritti degli animali e sull’incentivazione delle adozioni; promuovere una stretta collaborazione tra Asl veterinaria, forze dell’ordine (Polizia Municipale, Polizia e Carabinieri) - spesso latitanti o reticenti - e cittadini (e/o associazioni), affinché alle segnalazioni di abusi, maltrattamenti o abbandoni, seguano seri controlli e, nel caso di violazioni, le relative pene.

Maria Grazia Frisaldi

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n. 10 / Dicembre 2017

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