Vita ‘social’ e cyber-bullismo

Vita ‘social’ e cyber-bullismo

La fascia d’età più a rischio è tra i 13 e i 17 anni. Ecco i campanelli d’allarme
Il “branco” cambia pelle e dal gruppo-comitiva si sposta nei gruppi virtuali. Giovanni Ippolito: “Vittime insicure e ingenue, esposte al rischio adescamento”

Le notizie di cronaca ci pongono, spalle al muro, dinanzi a fenomeni diversi, ancora da esplorare e conoscere, e posano sulle nostre labbra termini nuovi, non ancora compiutamente compresi e per questo ancora più rischiosi. Cyber-bullismo è solo l’ultima parola di una lunga serie. E’, in sostanza, il bullismo che corre in rete, e va a braccetto con cyber dipendenza e sexting, diventando quel buco nero in cui smarrirsi - soprattutto per un teenager - è facilissimo.
Ma, soprattutto, le notizie di cronaca - come quelle di nera, terribili come la fine di Nadia, 14enne suicida perché perseguitata sulle chat di Ask.fm, ultimo di una serie di casi simili e altrettanto drammatici - impongono il dovere di sapere per prevenire, riconoscere per intervenire. Perché per gli adolescenti nativi digitali la distinzione tra vita online e vita offline è praticamente nulla.

Restringendo però il campo a Foggia e provincia, iniziamo subito con una buona notizia. Il cyber bullismo si è fermato lungi dalla terra di Capitanata, dove il fenomeno non sembra aver attecchito. O almeno non nella sua forma più drammatica e grave. “Questo non vuol dire che non riscontriamo casi di cyber-bullismo in città, ma significa che c’è ancora il tempo per intervenire, sensibilizzare, informare”, spiega il dottor Giovanni Ippolito, direttore tecnico capo psicologo della Polizia di Stato, in servizio presso la questura di Foggia. Insomma, la parola ‘emergenza’ non ricorrerà in questo approfondimento d’inchiesta. E il motivo è presto detto. “Sembra assurdo ai giorni d’oggi, ma in città ci sono ancora delle sacche di povertà che determinano una diversa geografia nell’accesso ad internet e quindi ai social. Frequentando le scuole per attività di prevenzione e formazione, abbiamo individuato istituti in cui l’accesso alla rete è per il 100% degli utenti, altre in cui questo parametro non sfonda il tetto del 30 o 40%”. Ed è probabilmente questo uno dei motivi per il quale il cyber-bullismo non è molto diffuso: minore accesso alla rete, dunque, meno opportunità di formazione/informazione. Ma anche meno rischi e pericoli. Vediamo nel dettaglio quali.
Cyber-bullismo come evoluzione/involuzione del più noto “fratello maggiore”. Cosa è cambiato?
Una delle caratteristiche che rende il cyber-bullismo più pesante da sopportare e più difficile da contrastare è l’indebolimento delle regole etiche da parte del cyber-bullo. Via internet, e sui social soprattutto, si utilizzano linguaggi diversi, più pesanti e aggressivi. Inoltre, la vittima può essere raggiunta in qualsiasi momento. Mentre il bullo ha una possibilità temporale circoscritta per eseguire i suoi atti, in internet - complici gli smartphone le onnipresenti reti wi-fi - le vittime sono costantemente rintracciabili. Se nella vita normale il bullo si può evitare (ad esempio cambiando strada o evitando certi ambienti) nella vita virtuale questo è impossibile. E la vita, online ed offline, diventa un piccolo inferno.
Perché?
Perché i ragazzi vivono Facebook come il loro mondo. Se succede qualcosa in quell’ambito è successa in pubblica piazza. Una piazza enorme, dove tutti sanno tutto. E la portata della sofferenza cresce esponenzialmente.…
Qual è la fascia d’età più a rischio?
Quella centrale, ovvero, 13 ai 17 anni. Però molti ragazzini, oggi, già a 9 o 10 anni si iscrivono sui social, dando credenziali false ed eludendo, abbastanza abilmente, le restrizioni dei siti che impediscono le iscrizioni ai minori di 13 anni. Parliamo sempre di cosiddetti “soggetti deboli”: l’asimmetria di potere, infatti, caratterizza anche questo tipo di bullismo. Sono ragazzi a rischio esclusione, gli stessi che rischiano la dipendenza da internet, una dipendenza senza sostanza ma che crea le stesse problematiche dell’alcol o della droga. Come quando non si riesce a fare a meno di condividere qualunque cosa o controllare compulsivamente la propria mail box o profilo social dal telefono cellulare.
Stiamo parlando di adolescenti nativi digitali, quindi. La prima generazione che si affaccia sul mondo social, una dimensione che stanno imparando a conoscere da soli, senza considerarne i rischi…
Sì, e per di più in piena autonomia. Ovvero senza il controllo, o quanto meno una mediazione, da parte della famiglia. Spesso i genitori, durante le attività nelle scuole, dopo aver tanto parlato dei rischi della rete mi chiedono: “Quanto tempo possono stare al pc i miei figli?”, pensando che limitando lo spazio temporale si limitino anche i pericoli. Non capiscono che navigare su internet è come fare una passeggiata lungo una strada piena d’insidie. Lei lascerebbe suo figlio a 11 o 12 anni percorrere per la prima volta da solo una strada pericolosa?
C’è una sorta di schizofrenia nell’atteggiamento degli adolescenti. Da una parte c’è una netta ritrosia nel parlare e confrontarsi con la famiglia della propria vita; dall’altra c’è la sfrontatezza nel condividere in pubblica piazza qualunque cosa, video e fotografie comprese. Rendendosi facilmente ricattabili…
Esatto. In questo aspetto c’è tutta l’ingenuità della loro età. Innanzitutto rendono sé stessi e gli altri continuamente rintracciabili postando qualunque cosa riguardi loro - foto, video, quello che stanno facendo, dove stanno andando… - e poi non mantengono in segreto la propria password, esponendosi al furto di identità. La navigazione priva di controllo, inoltre, espone i ragazzi alla visione di immagini eccessivamente violente oppure pornografiche. Una esposizione di questo tipo in età precoce può portare a peggiorare i rapporti con l’altro sesso, a cambiare la gestione degli impulsi. Insomma, la portata del fenomeno diventa molto più grande. E grave.
Nel momento in cui le cyber vittime si rendono ricattabili, si espongono ad altri rischi. Ad esempio, possono essere indotte a compiere atti contro la morale e contro la propria volontà. Il cyber-bullismo può essere allora considerato alla stregua di un reato-spia?
Sì, ma in parte. In genere i ragazzi vengono ricattati per immagini private e personali. Ma parliamo di ricatti morali o psicologici. Casi più seri, come quelli registrati altrove, di ragazzi spinti ad atti illegali o contrari alla morale qui sono meno frequenti.
Quali sono i segnali da cogliere a scuola o in famiglia per stanare situazioni di questo tipo?
Sicuramente campanelli d’allarme ci sono, ma sono aspecifici. Bisogna saper cogliere i sintomi della sofferenza: ad esempio, un improvviso calo nel rendimento scolastico, sbalzi d’umore o disturbi alimentari sono indice di un disagio psicologico. Altri segnali d’allarme possono essere l’inappetenza, disturbi allo stomaco e di mal di testa, oppure dormire male e fare brutti sogni, insieme a frequenti sbalzi d’umore, tristezza e depressione, irritazione e scatti d’ira.
Segnali da non confondere con gli sbalzi d’umore tipici dell’età adolescenziale…
Sì, certo. Ma le dirò di più. In questa delicata fase di crescita, di accettazione dei cambiamenti del corpo gli adolescenti sono più esposti ai rischi. Perché in una fase di disagio e di non-accettazione è molto più facile che il ragazzino o la ragazzina passino più tempo su internet, perché magari trovano più semplice nascondersi dietro uno schermo, sperano di essere più facilmente accettati senza esporsi al giudizio altrui per abbigliamento o aspetto fisico. E’ questa insicurezza che li espone poi al rischio adescamento, illudendosi di trovare conferme lì dove si sentono strumentalmente valorizzati.
Dai gruppi intesi come comitive, ai gruppi virtuali. Il branco oggi è nei gruppi social? Come è cambiata la grammatica dell’approccio alla realtà?
Innanzitutto è cambiato l’atteggiamento verso la sofferenza altrui. Ed è una cosa gravissima. È come se i ragazzi fossero desensibilizzati dinanzi alle situazioni di sofferenza, provocata o indotta. Poi sono schiacciati dall’esigenza di condividere informazioni, ma anche di sentirsi dire “mi piace”, indipendentemente da tutto. E questo aumenta l’ansia dei ragazzi. C’è una vera e propria ansia da prestazione social…
Qual è la situazione a Foggia e provincia?
Per quanto mi consta, abbiamo trattato soprattutto casi di diffamazioni, ingiurie e minacce. Oppure furti di identità, esclusioni dal gruppo, pubblicazioni di immagini non autorizzate prese da situazioni intime e private. Ancora, diffusione di informazioni compromettenti o imbarazzanti, persecuzioni o esclusioni. Credo che almeno in Capitanata il fenomeno si stia affacciando ora. Il problema è che le segnalazioni arrivano troppo tardi, cioè quando il ragazzo sta per scoppiare. Il bullismo viene somatizzato per troppo tempo, prima di essere denunciato. E allora il danno psicologico è già fatto.
Maria Grazia Frisaldi

Confessioni Shock
Secondo lo studio ‘Adolescenti e stili di vita’ presentato dalla Societa’ Italiana di Pediatria (Sip), il 59% degli adolescenti ‘parla’ a sconosciuti sui social e per il 56% dei ragazzi intervistati dare l’amicizia su Facebook ad uno sconosciuto non è pericoloso. Per il 35% degli intervistati scambiarsi il numero di telefono in rete non è pericoloso, e per il 26% non lo è neanche accettare un incontro “al buio”. Dati shock, insomma: il 22% dei ragazzi ammette di aver fornito in rete informazioni inerenti la scuola frequentata, il 29% di aver scambiato il numero di telefono, il 18% (22% ragazze) di aver inviato una propria foto. Di questi, il 20% ha ammesso di aver accettato un incontro al quale si è presentato insieme ad amici e il 9% di aver accettato un incontro al quale è andato solo. Esponendosi volontariamente a situazioni di pericolo.

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n. 10 / Dicembre 2017

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