La lunga strada della guarigione

La lunga strada della guarigione

L’aspetto medico-assistenziale: la soluzione è nel percorso terapeutico.
Anche dopo, il soggetto deve essere sottoposto ad un controllo costante del denaro
a cura di Anna Russo


Il primo passo è comprendere che si ha un problema. Il secondo è accettare di farsi curare. Sembra facile a dirsi, ma proprio così facile non è perché tra i dipendenti da gioco d’azzardo vale la regola “spaccona” di ogni altra dipendenza: “posso smettere quando voglio”. Eppure la verità è un’altra. Guarire si può, ma è difficile, e anche quando ciò accade, si rimane sempre sul filo. Un percorso lungo è quello terapeutico, ma che vale la pena affrontare per riappropriarsi della propria vita. Lo dice Isabella Lanzillotta, responsabile Area Gambling del Sert di Foggia.

Le persone che avete in cura si rivolgono a voi volontariamente o perché costrette dai familiari?
Di solito vengono i familiari a cui diamo indicazioni su come convincere il soggetto in difficoltà ad affidarsi a noi perché è chiaro che se è contrario o non riconosce la patologia c’è poco da fare.
Qual è l’identikit del giocatore patologico?
Esiste il giocatore per fuga e il giocatore per azione. Il primo ha bisogno di allontanarsi da situazioni familiari problematiche, fugge da circostanze dolorose e si rifugia nel gioco, soprattutto quello on line, restando tra le mura domestiche. Ciò acutizza la fuga dalle relazioni familiari e sociali. Il secondo ha un atteggiamento simile a quello del cocainomane, gioca per essere attivo, perché annoiato dal fare sempre le stesse cose. È un soggetto in cerca di stimoli continui che si convince di poter cambiare vita con una giocata.
Esiste un segnale d’allarme?
La problematica intacca varie sfere: familiare, sociale, lavorativa, ma soprattutto economica. La famiglia comprende l’entità della patologia a fronte di problemi economici, furti in casa per esempio, oppure quando scopre l’esistenza di debiti con usurai, agenzie di prestiti ma anche con gli stessi titolari delle agenzie di gioco i quali, se si accorgono che alle spalle del soggetto debole c’è una famiglia disposta a ripianare i debiti, prestano il denaro per permettere loro di continuare a giocare. È allora che i familiari si rivolgono a noi.
In cosa consiste il percorso terapeutico?
Quando un soggetto a rischio arriva al Sert ne tratteggiamo il profilo e facciamo una diagnosi a seconda che si tratti di patologia o comportamento problematico. Poi definiamo un programma terapeutico, con incontri settimanali individuali, familiari (per il supporto alla famiglia) e partecipazione ai gruppi. Esistono gruppi solo per giocatori e gruppi per tutor e giocatori insieme (la figura del tutor, di solito un familiare, è fondamentale perché è lui a prendere in carico l’assistito sotto l’aspetto economico, anche per quanto concerne i debiti). Questo percorso varia da soggetto a soggetto: di solito dura circa un anno. Il primo trimestre è dedicato al colloquio psicologico, agli incontri e all’ inserimento nel gruppo. Se tutto va liscio, gli incontri si diradano man mano, sino a ridursi ad una situazione di monitoraggio finale. Questa è la fase dello svezzamento del paziente e del reinserimento sociale e lavorativo. Si approda, alla fine del percorso, all’allontanamento dal servizio, con incontri semestrali finalizzati a monitorare la situazione ed evitare ricadute.
Si riesce a guarire?
Come tutte le dipendenze, se c’è un buon percorso ed un buon supporto familiare, ci sono buone possibilità di guarigione, però si tratta sempre di soggetti che devono essere sottoposti ad un costante controllo del denaro perché ciò che manca al giocatore patologico è proprio il valore dei soldi.
Si può tornare indietro da una situazione patologica ad una “normale”?
Come un ex alcolista non può trasformarsi in un “bevitore sociale” (da brindisi a Capodanno, per intenderci), così è per il giocatore o per qualsiasi altro soggetto che abbia una dipendenza. L’allontanamento dal fattore di rischio deve essere totale.

Quanto è diffuso il fenomeno?

Numeri su cui non scommettere

Se i numeri sono il pezzo forte del gioco d’azzardo sono proprio i numeri, altri questa volta, a dare contezza di quanto il gioco patologico sia fortemente preoccupante. Da alcune stime sembra che i foggiani spendano all’anno 778 euro pro capite, 520 milioni di euro complessivi. Eppure, spiega Tommaso del Giudice, medico responsabile dell’Area epidemiologica del Sert di Foggia, c’è ancora poca contezza di quanto il fenomeno abbia preso piede. “A Foggia la diffusione non è controllata perché noi abbiamo a disposizione solo i dati dei giocatori d’azzardo patologici che si rivolgono al Sert, ma ci sono sicuramente molti altri giocatori problematici (non ancora nella fase patologica) e giocatori sociali (quelli che fanno ogni tanto la partita a poker tra amici o acquistano un gratta e vinci sporadicamente senza alcuna dipendenza). Certo è che ciò che tocchiamo con mano è solo la punta di un icerberg”. Dal 2005 ad oggi il Sert di Foggia ha avuto 70 persone in cura. Ai Sert della provincia si sono rivolti altri soggetti: 12 a Cerignola, 9 a Manfredonia, 5 sul Gargano e 18 a San Severo.

Oggi “scommetto” su di me
La testimonianza di Cristian, migliaia di euro bruciati in scommesse sportive

25 anni, una famiglia, una fidanzata e un sogno nel cassetto. Ma Cristian (nome di fantasia) ha rischiato di buttare tutto all’aria nel tentativo di realizzare i suoi desideri scegliendo una scorciatoia che si è rivelata piena di insidie e tutta in salita. “Il colpo che ti cambia la vita” aspettava, quella vincita che ti permette di mandare tutto a quel paese, lavoro, ritmi assillanti, orari di ufficio e addio verso lidi più allettanti, senza biglietto di ritorno. Quel pass partout per Cristian si è però presto trasformato in un viaggio di sola andata per l’inferno. “Ho iniziato a scommettere per risolvere dei problemi economici familiari. Speravo di dare una sferzata alla mia vita e per un attimo ci ho creduto davvero”. È stato quando ha vinto 10.000 euro con una scommessa sportiva. Il passaggio alla patologia è avvenuto subito dopo. “Ho pensato che se era accaduto una volta, potevo vincere ancora e così ho continuato a scommettere”. Indebitatosi con agenzie di prestiti e usurai per oltre 20.000 euro (il sogno di quei 10.000 era già svanito) si è rivolto ad uno dei Sert del territori, spinto dai familiari. Non era però molto convinto, tanto che, dopo alcuni mesi, ha abbandonato il percorso terapeutico per ricominciare a scommettere. A distanza di un anno, circa un mese fa, ha bussato di nuovo alle porte del Sert psicologicamente distrutto, ma con una consapevolezza nuova. “Sono tornato al Centro in un forte stato di depressione, ma proprio quella ricaduta mi è servita per prendere coscienza del mio stato. ‘Ho un problema’ ho ammesso con me stesso, cosa che non avevo fatto in passato e questo mi sta aiutando a risalire la china”. Il percorso è lungo e difficile, oggi Cristian lo sa, soprattutto quando ammette di provare ancora, allo stesso tempo, attrazione e angoscia al solo pensiero di ricominciare a scommettere. Ma il desiderio di guarire è più forte. Lo deve alla sua famiglia che non lo ha mai abbandonato, lo deve alla fidanzata che gli ha dato un’altra chance. Lo deve a se stesso. Questa volta la scommessa è non perdere quell’ultima occasione. Il premio vale una vita.


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n. 10 / Dicembre 2017

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