Nuove norme contro la violenza di genere

Nuove norme contro la violenza di genere

I cambiamenti sul piano operativo. Ne abbiamo parlato con Alfredo Fabbrocini. Il capo della Mobile: “c’è una ignoranza culturale e una ignoranza giuridica”

C’è poco da fare. Il decreto legge approvato ad agosto a Palazzo Chigi in materia di sicurezza e contrasto della violenza di genere non piace e non entusiasma. Piuttosto divide, tutti: il mondo politico, il mondo social, il mondo dell’associazionismo. Non convince infatti gli avvocati e non soddisfa le tante associazioni di donne e uomini che da anni si battono affinché vengano disposti “interventi strutturali” concreti, mentre si continuano a rincorrere “misure speciali” teoriche.
Quel che è certo è che, sulla materia, potrebbero esserci presto 12 punti in più nella regolamentazione di un reato - quale lo stalking - che fino a pochi anni fa era sconosciuto allo stesso codice penale. Per leggere da vicino la realtà foggiana e comprendere cosa potrebbe cambiare sul piano operativo, ne abbiamo parlato con il vice questore aggiunto Alfredo Fabbrocini, a capo della Squadra Mobile della Questura di Foggia.
Dottor Fabbrocini, in una recente intervista rilasciata a La Repubblica, l’avvocato Giulia Bongiorno ha dichiarato che, in questi casi, “non sempre le forze dell’ordine sono preparate a intervenire”…
Un’affermazione forte, che mi trova d’accordo a metà. Nel senso che bisogna fare doverosi distinguo. Il problema, infatti, non è la norma in quanto tale ma la sua applicazione nell’accertamento della verità. L’approccio investigativo utile per questo tipo di reato deve essere differente, perché si tratta di casi delicati che richiedono una professionalità “smaliziata” insieme ad esperienza e sensibilità non comuni. Gli strumenti normativi ci possono aiutare, certo, ma su tutto c’è la professionalità dell’operatore, che può essere formata e costantemente ampliata, ma che costituisce la base dalla quale partire. Nella squadra mobile di Foggia - struttura di media grandezza per una città di dimensioni tutto sommato contenute - abbiamo la fortuna di avere personale specializzato e dedicato. Probabilmente altrove non c’è questa possibilità e ci si può trovare in affanno.
Su cosa, allora, bisogna puntare: maggiori strumenti o maggiore libertà di intervento?
Credo che gli “strumenti” siano, almeno per il momento, soddisfacenti. Sicuramente quello che serve è avere strutture che facilitino la “parte protettiva”, ovvero garantire sin da subito la sicurezza della vittima. Una sorta di anello di protezione a sostegno delle persone offese.
In merito ai punti del Decreto Sicurezza, a spaventare è la loro possibile strumentalizzazione. E’ un rischio concreto?
Indubbiamente ci può essere questo rischio. Ma come poteva esserci anche ieri. E comunque ritengo che questo sia un aspetto minoritario rispetto ai benefici che si possono ottenere tramite una corretta applicazione delle norme cui facciamo riferimento. E’ come e quanto si è appurato in fase di indagine che rende l’episodio di cui si discerne concreto, reale, grave. E anche una possibile azione di strumentalizzazione dello stesso dovrebbe comunque superare “l’esame” degli investigatori.
In che modo, invece, questa recente ratifica potrebbe agevolare il lavoro di indagine?
Anche in questo caso - ad esempio - non è la possibilità di rimettere o meno la querela che fa la differenza nel convincimento del poliziotto o del pubblico ministero. Ci rimettiamo sempre alla veridicità dei fatti. Certo, però, che operare anche sulla base di indicazioni generiche non formalizzate dalla vittima ci permetterà di intervenire in tempi più rapidi e di avere un altro punto di vista attraverso il quale guardare alla vicenda...
Per Angelino Alfano questo è il decreto delle “Tre P: prevenire, punire, proteggere”. Ma, concretamente, quale di questi aspetti andrebbe a suo avviso potenziato?
Sono tre aspetti diversi dello stesso fenomeno. Se si previene indirettamente si protegge, così come nel momento in cui si protegge una vittima parallelamente si dovrebbe punire il suo aggressore o aguzzino. Io, per lavoro, mi occupo della terza fase, quella della repressione come taglio investigativo. Ma posso affermare senza tema di smentita che è la parte preventiva quella sulla quale oggi bisognerebbe lavorare ancora.
Guardando alla realtà locale, non è possibile stilare una casistica sul fenomeno (né per ceto sociale, né per età, né per estrazione culturale)…
Indubbiamente stiamo vivendo una stagione di recrudescenza di questo tipo di reato e il dato è davvero preoccupante. Forse, rispetto al passato, se ne parla di più perché si denuncia di più e quindi più casi vengono a galla. Però ha ragione: purtroppo lo stalking è un reato trasversale e che accomuna i “popoli”.
Nelle decine e decine di casi vagliati, dall’inizio dell’anno, negli uffici della squadra mobile c’è un elemento comune, un minimo comune denominatore?
Molte volte riscontriamo una ignoranza culturale dell’autore e una ignoranza giuridica della vittima. Mi spiego meglio: nel primo caso parliamo di un approccio mentale distorto, che sembra rispondere ad una sorta di “delitto di disonore” per gli uomini abbandonati. L’uomo fa fatica a comprendere perché quello che fa è ritenuto reato. Poi c’è l’ignoranza giuridica della vittima che molte volte non sa di avere a disposizione determinati strumenti che potrebbero aiutarla senza essere eccessivamente invasivi. Prevenire anche solo rendendo queste persone edotte delle possibilità a loro tutela sarebbe già un buon risultato.
Quale deve essere l’unica certezza per le donne offese?
Che qualunque cosa accada nelle mura domestiche non si può nascondere o tollerare. La denuncia è solo un primo passo, e chi lo compie non sarà sola.
Maria Grazia Frisaldi

                                                                                

In Puglia la campagna nazionale contro il femminicidio

“Posto Occupato”

Una sedia che scotta anche in Capitanata

È una sedia che scotta. Guai a sedersi. È un posto occupato. Ha iniziato a girare dalla lontana Sicilia, in un paesino della provincia di Messina. Rometta. Seimila anime, o giù di lì. E una accoltellata dal marito. Ora sembra siano dappertutto. Purché ci si domandi chi occupi quei posti, funziona come rimedio all’assuefazione.”Affinché la quotidianità non lo sommerga”. Ci sarebbe una donna, se solo non l’avessero ammazzata prima. Un gesto concreto, quasi una cortesia.
La campagna nazionale contro il femminicidio (ideata da Maria Andaloro, editore della rivista on line La Grande Testata) ha contagiato l’Italia, ed è arrivata fino in Puglia. E non poteva essere altrimenti se dietro c’è anche una manfredoniana, foggiana d’adozione, la graphic designer Maria Grazia Di Gennaro, che ha studiato il concept grafico della campagna. Il logo è il suo: rosso sangue.
La prima associazione della Capitanata che ha aderito, Cantiere 8 marzo, si è ripromessa di promuovere il progetto in tutta la Puglia tra istituzioni, enti e organizzazioni, invitati a riservare un posto alle donne vittime di violenza.
A H.E.R., violinista e attrice nostrana, il Cantiere ha chiesto di lasciare un messaggio in segreteria per Posto Occupato, e lei è finita tra le testimonial della campagna con un video. A Foggia, per un’intera estate, davanti ad un locale del centro storico, il Fuori Squadro, gli avventori, soprattutto giovani, hanno trovato una sedia con un paio di scarpe rosse sopra. Sul palco del Festival “Questioni Meridionali”, a due passi dallo scrittore Stefano Benni, coi posti hanno abbondato. A Lucera, al “Cacc’e Mmitte Festival”, l’attrice Carmela Vincenti (ve la ricordate Melensa?) ha conosciuto la campagna che ora entrerà nei suoi spettacoli.
Nei luoghi affollati - danno collaterale - quella poltrona apparentemente vuota genera una sensazione di fastidio. È innegabile la tentazione di sedersi lì, in prima fila, ma sarebbe un oltraggio. Quella sedia induce persino i più cinici a ragionarci su. E manco a dirlo, qualcuno se ne è infischiato. A quel qualcuno dite solo che quel posto è occupato.
Mariangela Mariani

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n. 10 / Dicembre 2017

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