L’agonia dei musei provinciali

L’agonia dei musei provinciali

Intervista a Luciana Stella, dello staff progettazione educativa del museo di Storia Naturale
Una petizione per salvare il destino della cultura foggiana


Se i teatri di Foggia non vivono una situazione chiara e felice, il futuro non promette certezze neppure ai musei foggiani, tutti di pertinenza provinciale: il Museo Interattivo delle Scienze, quello di Storia Naturale e il Museo del Territorio, la cui sorte, anche in questo caso, sembra essere legata ad un filo. Così come quella dei trentatré dipendenti della Diomede, società in house, cioè interamente di proprietà provinciale, che attualmente si occupa della loro gestione. Il primo è da poche settimane chiuso a causa, neanche a dirlo, di problemi di sicurezza alla struttura. Con le nuove vicende politiche e con la spending review, con la soppressione delle province da un lato e delle società in house dall’altro, i musei nel complesso rischiano un destino di abbandono. Ne abbiamo parlato con Luciana Stella, dello staff progettazione educativa del museo di Storia Naturale, un luogo straordinario per la vastità delle collezioni, la particolarità delle sale e l’accoglienza del personale.
“Il museo nasce nel 1995. Le attività principali sono: le visite guidate, i laboratori tematici organizzati a seconda dell’età dei visitatori, la ricerca e la conservazione. Il fulcro del Museo è rappresentato dalle attività educative: essendo, infatti, per numero di collezioni e attività didattiche il primo museo del meridione dopo la distruzione, haimè, della Città della scienza di Napoli, è diventato il punto di riferimento per le scuole non solo della nostra provincia, ma di tutto il Sud Italia. Si rivolge però anche alle famiglie, che passano di qui per il semplice gusto di osservare un animale e finendo per scoprire, magari, una nuova passione. È il luogo ideale per conoscere ma anche per passare del tempo diversamente. Io amo coinvolgere i nostri visitatori, porre domande, stimolarli, appassionarli e trasmettere loro un messaggio, e cioè che è possibile divertirsi anche in un luogo culturale. Chi viene da noi, sicuramente non corre il rischio di annoiarsi”.
Cosa si può vedere?
“Il museo è organizzato in sale, distribuite all’interno di due palazzine. La prima riproduce gli ambienti di Capitanata attraverso diversi diorami, ambientazioni in scala ridotta che ricreano scene naturali del territorio. Abbiamo quello del Lago Salso, dove si possono osservare le più importanti specie ornitologiche della zona umida; poi c’è quello della Foresta Umbra, popolato dal lupo, dal capriolo e dal gatto selvatico, fino ai diorami degli ambienti della fascia pedegarganica o dei boschi planiziali con i loro animali caratteristici quali il tasso, la volpe, la faina. Nella seconda palazzina abbiamo la sala paleontologica con riproduzioni di dinosauri, di uno pterodattilo e di fossili (trilobiti e ammoniti), che raccontano la storia della vita da 4 miliardi e mezzo di anni fa ad oggi. Questa storia si completa idealmente con l’evoluzione della specie umana dell’uomo sapiens sapiens con il diorama della grotta di Manaccora. La sala speciale è quella del mare con la collezione di conchiglie donata dal dott. Bepi Martucci. Nella sala del mare ci sono anche scheletri di tre specie diverse di delfini e, attrazione assoluta per i bambini, un calco di uno squalo elefante ritrovato morto sulle spiagge di Punta Pietre Nere (Marina di Lesina) nel 2000, ucciso da ignoti”.
Che rischio corre il museo?
“L’abbandono, che forse è una sorte peggiore della chiusura. In questo momento non conosciamo il nostro nemico, perché è tutto così vago. La nostra sensazione però è che nessuno abbia voglia di aiutare i musei e fornire loro nuovo ossigeno per continuare e vivere. Noi chiediamo anche alla collettività una risposta. Per questo faremo partire iniziative, petizioni per salvare i nostri musei, che rappresentano il passato e il futuro della nostra cultura”.
Angela Dalicco

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n. 10 / Dicembre 2017

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