Se il passato rischia di non essere raccontato

Se il passato rischia di non essere raccontato

Il restauratore Salvatore Patete: “Presto una mostra con i reperti sottratti illegalmente”

Secoli di storia rubata e trafugata. Reperti archeologici sottratti e venduti clandestinamente al mercato nero dell’arte che, battuti all’asta, finiscono nelle collezioni di privati, quasi sempre all’estero. Quando va bene vengono recuperati e, in attesa che qualcuno li reclami, finiscono accatastati nei polverosi magazzini dello Stato. Possono passare anche decenni prima che le varie Sovrintendenze riescano a riconoscerli, a datarli e restituirli così al luogo di appartenenza. Si immagina spesso che il lavoro di restauro si limiti ad incollare e spolverare cocci e frammenti. C’è molto di più. I tecnici collaborano con i Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Artistico e svolgono un importante lavoro di intelligence relativo al recupero del materiale trafugato in Italia. E’ quello che succede anche nel laboratorio di via Arpi a Foggia.
I famosi Grifoni di Ascoli sono tornati a casa proprio grazie a un lungo lavoro di ricerca, come ci ha spiegato Salvatore Patete, tecnico restauratore della Soprintendenza Archeologica per le province di Foggia e della Bat. “Avevamo dei frammenti conservati presso il Museo Civico, sono stati portati presso il GettyMuseum di Malibu per verificare che appartenessero ai Grifoni che ci sono stati dunque restituiti, insieme a tutto quello che il Museo di Malibu aveva acquistato nel medesimo lotto e che ora è esposto ad Ascoli”.
“Ora c’è una rogatoria in corso per riavere una stele acquisita nel 1968 in Svizzera da un collezionista, il quale l’aveva esposta a Ginevra e a Parigi. Osservando il catalogo di quelle mostre e il catalogo redatto ultimamente dalla professoressa Maria Luisa Nava sui frammenti che si trovano a Trinitapoli, ho individuato un frammento che si colloca perfettamente al centro di questa stelle”. 5000 reperti in Svizzera, il più grande sequestro di arte degli ultimi tempi. E così per il maxi sequestro di reperti avvenuto in Svizzera nel 2015. Di questi, il 70-80% è stato sottratto alla provincia di Foggia. Questi 5000 pezzi sono ormai decontestualizzati. Come ha spigato Patete: “Non si può dire esattamente da dove provengano, ma ci sono tantissimi vasi del Pittore d’Arpi, ad esempio, di sicura provenienza dauna. Per riaverli si dovrà eseguire una campionatura della tessitura geologica, prendere un pezzo di pietra confrontarlo con quello delle tombe arpane e verificarne la provenienza”.
Funziona così da sempre. I tombaroli portano i reperti ai grossisti della zona, questi li vendono a dei grossisti europei che li esportano in Lussemburgo, in Svizzera, in Belgio. Questi paesi non aderiscono ai trattati internazionali, ai reperti viene così assegnata una nuova identità: un certificato che attesta l’appartenenza, per esempio, a una vecchia collezione svizzera. E così, con un certificato falso, vengono venduti all’asta. La provenienza illecita è chiara a tutti, ma il meccanismo è oliato e funziona.
“Il vero problema - spiega Patete - è che oggi non si fa più tutela, vuoi per la crisi economica e la carenza di personale. Il lavoro delle forze dell’ordine consiste nel seguire i clandestini, per intervenire solo quando i reperti finiscono nelle mani dei ricettatori. Ma a mio avviso sarebbe più importante il controllo del territorio. Questo contribuirebbe ad evitare che gli oggetti vengano scavati illegalmente e inevitabilmente martoriati, senza considerare che tornare in possesso di reperti sottratti ai ricettatori significa avere degli oggetti decontestualizzati. Solo uno scavo organizzato permette di mettere in connessione gli elementi tra loro”. Entro la metà di novembre, a questo proposito, sarà allestita una mostra presso il museo del Territorio di Foggia, proprio per spiegare le profonde differenze tra il materiale ritrovato a seguito di un sequestro e quello rinvenuto grazie allo studio su uno scavo organizzato.
“Saranno esposti i vasi sequestrati nel novembre 2011 a un ricettatore di Orta Nova, numerosi crateri sottratti dalla necropoli di Arpi, e i reperti scavati nel 2004 dall’Università di Lecce dal prof. Guaitoli, una tomba a grotticella con triplice sepoltura, uno scavo che ha restituito oltre 96 pezzi. Le informazioni che un archeologo può ricavare, come in questo caso, da un contesto di sepoltura, ci forniscono infinite informazioni per ricostruire la storia di un sito”. Una storia che altrimenti rischia di non poter essere mai raccontata.
Ilaria Di Lascia

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n. 10 / Dicembre 2017

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