“Qui i bambini sono privati dei diritti più essenziali”

“Qui i bambini sono privati dei diritti più essenziali”

L’INTERVISTA| Rosy Paparella, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Puglia

E’ l’emergenza nell’emergenza. E’ quello che rende ancora più grave (se ciò può mai essere possibile) la realtà del cosiddetto ‘Ghetto dei bulgari’ rispetto ad altri accampamenti presenti nel Foggiano. Una condizione che grida vendetta e che richiede interventi rapidi e risolutivi: è la presenza, nella borgata che sorge tra rifiuti e degrado, di 37 minori (tra cui un neonato di appena un mese), e di due puerpere, probabilmente minorenni.
“Bisogna intervenire urgentemente per consentire a quei bambini di vivere vedendo garantiti i più elementari diritti alla dignità e alla salute”, aveva dichiarato la Garante nazionale per l’Infanzia, Filomena Albano, in seguito al sopralluogo effettuato nella borgata, a gennaio, per il quale è stata designata a rappresentare l’Autorità Garante l’avvocato Milena De Troia. Insieme a lei, tra gli altri, vi era la presidentessa della Camera minorile di Capitanata, Maria Emilia De Martinis, che pretende chiarezza e assunzioni di responsabilità: “Chiediamo sia redatto e reso pubblico un preciso cronoprogramma di interventi che indichi quali azioni saranno compiute per affrontare la situazione, da quali enti e soggetti, con quali risorse e in che tempi”. Ad oggi, però, tutto tace. Ne abbiamo parlato con Rosy Paparella, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Puglia.
Dott.ssa Paparella, la situazione del cosiddetto “Ghetto dei bulgari” risulta emergenziale su più livelli. Quale problematica/aspetto della vicenda preoccupa maggiormente?
Le condizioni dell’insediamento sono state oggetto di una nota dell’Ufficio Garante inviata a tutte le istituzioni competenti già a settembre dello scorso anno, per segnalare la loro assoluta incompatibilità con la dignità della vita di uomini, donne e bambini presenti. Per inciso, alla nostra segnalazione ha risposto con una comunicazione circostanziata solo il sindaco di Manfredonia. Allo sfruttamento del lavoro agricolo, che sottende il contesto umano e sociale del campo e che è una dimensione drammaticamente radicata nel territorio, si aggiunge la specifica estrazione culturale e geografica degli occupanti, cittadini bulgari, quindi comunitari, di etnia Rom, in periodico spostamento dal paese d’origine alla ricerca di forme di sostentamento. Si tratta di un insieme di variabili di enorme complessità.
Quali sono le problematiche più importanti da affrontare?
I bambini sono privati dei diritti più essenziali: un luogo sicuro anche sotto il profilo igienico-sanitario, essere nutriti e vestiti in modo adeguato, essere inseriti in un percorso scolastico. Vivere in abitazioni che si fatica a definire baracche, a ridosso di rifiuti di ogni tipo, costituisce di per sé un inaccettabile pregiudizio per la loro salute e per il loro sviluppo. Ricordo peraltro che nei prossimi mesi con tutta probabilità arriveranno dalla Bulgaria altri nuclei con bambini. In questa fase sarebbe necessario attivare delle misure minime per attenuare i rischi di tipo sanitario e incrementare la fornitura idrica.
Dei 37 bambini presenti nel ghetto, pochissimi frequentano la scuola e i tentativi di integrazione sono pressoché nulli: da dove iniziare?
Seguo in particolare l’iniziativa della Caritas di Foggia, frutto dei lavori del tavolo promosso dalla Prefettura, per cui i bambini saranno accompagnati nelle ore antimeridiane presso la scuola di Borgo Mezzanone dove, in aule non utilizzate, svolgeranno attività parascolastiche e/o prescolastiche. Si tratta di un tentativo che va monitorato sotto vari aspetti: i bambini, poco o per nulla scolarizzati, privi di conoscenza della lingua italiana andranno accolti, motivati (come i loro genitori) alla frequenza, che quantomeno consentirà loro di trascorrere parte della giornata al coperto, in un ambiente più idoneo. Ma è del tutto evidente che, pur preziosa, questa iniziativa non sostituisce il diritto all’istruzione, che, come espressamente indicato nel documento “Strategia Nazionale d’inclusione dei Rom, Sinti, e Caminanti 2012-2020” resta il fattore decisivo di emancipazione.
Fino ad ora si è agito con interventi-tampone e iniziative messe in campo da associazionismo e volontariato. Sulla vicenda è attivo un tavolo istituzionale, ma a suo giudizio quali azioni vanno intraprese per arginare la situazione nel breve termine? Esistono precedenti in altre zone d’Italia cui guardare?
Conosciamo i limiti di una visione emergenziale che, anche in questo caso, affida buona parte degli interventi al lavoro dei volontari e delle associazioni. Il documento citato poco su, che dovrebbe costituire un impegno per governanti e amministratori, individua nella costruzione di processi partecipati anche dagli stessi Rom una possibile direzione. A questo proposito è strategico il ruolo della mediatrice culturale e linguistica che attualmente è già in relazione con gli abitanti del campo. Le esperienze italiane positive, in particolare in Emilia Romagna, in Toscana, ma anche a Scampia (Na), sono poco replicabili in quanto si riferiscono a insediamenti nelle zone urbane, quindi con tutt’altra relazione con la città. Tuttavia il compito di migliorare le condizioni relative a salute, lavoro e accesso ai servizi anche con il coinvolgimento diretto degli occupanti resta delle Istituzioni. m.g.f.

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n. 10 / Dicembre 2017

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