L’itinerario dell’inferno in Capitanata

L’itinerario dell’inferno in Capitanata

Nugoli di casolari e baracche, dimenticati da Dio e dagli uomini, eppure sotto gli occhi di tutti. Sono i ghetti di Capitanata, sparsi qua e là per il Tavoliere tracciando un itinerario di degrado e disperazione. Alcuni sono presenti dagli anni Novanta, e si sono strutturati nel tempo come vere e proprie cittadelle abusive. Altri sono prossimi a spegnere le dieci candeline, popolandosi solo durante la stagione estiva per poi essere abbandonati durante i mesi invernali. Non ci sono, purtroppo, solo il Gran Ghetto e il Ghetto dei Bulgari, nel Foggiano: “Ogni anno stimiamo oltre 20mila presenze tra i vari ghetti e accampamenti di Capitanata”, spiega Magdalena Jarczak, della segreteria Flai Cgil. “Immaginate una piccola città ambulante che improvvisamente arriva e mette radici sul territorio”, continua cercando di dare l’idea di un fenomeno davvero ampio e complesso.
La prima tappa in questo itinerario è il ‘Gran Ghetto’. Il cosiddetto ‘villaggio di cartone’ che sorge nel triangolo di campi tra Foggia, San Severo e Rignano Garganico e che durante il periodo estivo (maggio-ottobre) conta circa 3000 presenze. “Lo scorso anno anche qualcosa in più”, precisa. “E’ strutturato come una piccola città: ci sono attività commerciali, ovviamente illegali, e tutto è disponibile dietro pagamento, alimentando circuiti illeciti. Finita la stagione estiva, molti restano e vanno ad ingrossare le fila degli stanziali”. E’ il principale bacino per attingere forza lavoro da impiegare (in nero) nei campi. “Sono in maggioranza uomini e provengono dalla Costa D’Avorio, dalla Nigeria e dal Senegal. La presenza maggiore di donne si registra in estate, molte sono dedite alla prostituzione che non è solo ad uso e consumo degli ospiti del campo”, denuncia. Il gran ghetto è materia viva e cambia continuamente: si svuota e si rimpolpa seguendo il ritmo delle stagioni e le chiamate dei caporali.
Paradossalmente, le condizioni del Gran Ghetto sono migliori rispetto al Ghetto dei Bulgari, dove in estate si superano le 1000 presenze: interi nuclei familiari che vivono nella miseria senza acqua, luce, gas e servizi essenziali, “ai margini di cumuli di rifiuti, che periodicamente vengono bruciati in zona, sprigionando chissà cosa”. E’ qui che, a causa di un incendio accidentale, a dicembre, un bracciante di 20 anni ha perso la vita, riportando la vergogna di quel campo alla ribalta nazionale.
Scendendo verso il basso Tavoliere, a pochi km da Cerignola, vi è il Ghetto Tre Titoli, detto anche ‘Ghana House’, per la provenienza dei suoi ospiti. “Un centinaio sono stanziali, vivono qui tutto l’anno. In estate, con l’arrivo degli stagionali, si contano anche 600 presenze”, continua Jarczak. Non ci sono villaggi di cartone, qui, ma casolari occupati risalenti al periodo della riforma agraria, dove sono stati istallati generatori di corrente. “Anche qui è presente il fenomeno della prostituzione, e nel tardo pomeriggio o sera non è raro incontrare ragazzini sui motorini che da Cerignola raggiungono la borgata”.
Rappresenta un vero e proprio ‘limbo’, invece, la cosiddetta ‘Pista’, a Borgo Mezzanone, un nucleo di container posizionati a ridosso del Cara. “Qui sono presenti quasi tutte le etnie”, spiega ancora Jarczak. “Si tratta di soggetti che hanno avuto diniego del riconoscimento di status di rifugiato, un mix di situazioni regolari e irregolari. Non tutti lavorano nei campi; molti si affidano all’elemosina. Il fenomeno della prostituzione è molto presente, organizzato e gestito da un gruppo di nigeriani”. E’ qui che, a dicembre, il corpo di una donna di 20 anni è stato trovato senza vita e parzialmente carbonizzato: forse aveva tentato di ribellarsi ai suoi sfruttatori.
Sulla strada per San Marco in Lamis, tra casolari abbandonati, sorge il ‘Ghetto Cicerone’ che accoglie 250/300 persone, per lo più maliani e senegalesi. “Loro sono meglio integrati: lavorano tutto l’anno e alcuni iniziano ad avere contratti regolari e, in alcuni casi, riescono ad accedere anche alla disoccupazione”. Nel pressi di Borgo Incoronata, ancora, vi sono circa 200 rumeni, intere famiglie che si spostano per permanenze che vanno dai 4 agli 8 mesi. Altro accampamenti ‘a tempo determinato’ è stato registrato a Borgo Tressanti, dove in casolari abbandonati si sistemano fino a 600 braccianti bulgari che spariscono al termine della stagione, ma tanti altri insediamenti non sono ancora censiti, rendendo i confini del fenomeno estremamente labili. E’ in questi luoghi che l’attività di sindacato di strada diventa fondamentale: “Il nostro scopo è informare le persone dei loro diritti, di ciò che possono rivendicare. Ma è necessario che le istituzioni si facciano carico di queste situazioni: ad oggi abbiamo leggi e strumenti importanti che però non vengono utilizzati”, rivendica . Per la Flai Cgil, per estirpare il fenomeno ghetti, è fondamentale  combattere il caporalato, il motore immobile che ogni anno muove ed alimentale le cittadelle di invisibili.
Maria Grazia Frisaldi

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n. 10 / Dicembre 2017

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