Gli invisibili sotto gli occhi di tutti

Gli invisibili sotto gli occhi di tutti

Al via un progetto sperimentale per la scolarizzazione dei piccoli migranti
I volontari: “La via dell’integrazione è l’unica da perseguire”

Arrivano dai paesi dell’Est, con le loro famiglie, per lavorare alla raccolta dei frutti che la terra di Capitanata offre anche durante i lunghi mesi freddi. Sono uomini e donne europee, una realtà per lo più sconosciuta di lavoratori stanziali. Si tratta degli abitanti del cosiddetto ‘Ghetto dei Bulgari’, una manciata di baracche sparse tra cumuli di rifiuti in decomposizione e latrine a cielo aperto, situato a Borgo Tressanti, a pochi chilometri da Foggia.
Sono quasi duecento le persone che, stando all’ultimo censimento, hanno trascorso il rigido inverno in quelle baracche improvvisate, costruite con materiali improbabili, tossici, altamente infiammabili. Uno scenario già così desolante, difficile da accettare nel contesto di un paese civilizzato, diventa drammatico se pensiamo che a dover vivere in condizioni ai limiti della sopravvivenza sono anche donne con i loro bambini. Bambini che giocano tra cumuli di rifiuti, persone che vivono senza luce, né gas e, fino a pochi mesi fa, senza acqua potabile. Senza assistenza sanitaria, perché, paradossalmente, non essendo extracomunitari non hanno diritto a convenzioni mediche. Senza le fondamentali norme igieniche, perché nessuno dei due comuni limitrofi assicura loro un servizio di rimozione dei rifiuti.
In una parola senza dignità, se non quella misera parvenza assicurata loro dal motivo per cui sono qui: un lavoro da una manciata di euro l’ora che in Bulgaria non riuscirebbero altrimenti ad ottenere, perché vittime delle discriminazioni e dei pregiudizi di cui sono oggetto i Rom in patria, come ci spiega il dottor Antonino Scopelliti, medico ginecologo. Insieme alla pediatra Laura Cusmai, si occupa da anni di provvedere alle esigenze mediche di queste persone, di arginare emergenze sanitarie e fare informazione per prevenire gravidanze indesiderate.
I volontari dell’associazione Solidaunia, in sinergia con l’Anolf Cisl di Foggia e, dallo scorso dicembre, la Caritas di Manfredonia lavorano per portare, o non far scemare, l’attenzione delle istituzioni sulla realtà del ghetto e per intervenire concretamente, soprattutto sotto l’aspetto socio sanitario e pratico. “Al momento ci sono in tutto 37 bambini, ci stiamo occupando con la Caritas del loro inserimento scolastico, coinvolgendo anche i genitori”, aggiunge Diego De Mita dell’Anolf.
E’ stato appena avviato, infatti, un progetto sperimentale di pre-scolarizzazione rivolto ai bambini dai 3 ai 5 anni, che verrà poi esteso anche ai ragazzini in età scolastica. “Li abbiamo accompagnati presso la Casa della Carità di Manfredonia per prepararli e da questo mese inizieranno le attività presso il centro diurno di Borgo Mezzanone. I piccoli erano già lavati e ordinati, segno che le mamme sono entusiaste di portarli a scuola e loro erano felicissimi e curiosi. Ci muoviamo con molta cautela per non destabilizzare la comunità italiana del Borgo” ci racconta con discrezione Aneliya Genova, mediatrice culturale. Dopo l’incendio che lo scorso dicembre aveva causato la morte di un giovanissimo bracciante, si era parlato di sgombero da parte di Regione e Comune di Foggia e in effetti la Prefettura ha preso in mano la situazione. In concerto con le associazioni si sta occupando di trovare delle sistemazioni in loco, perché, come ribadiscono i volontari, queste persone hanno bisogno di lavorare e non possono spostarsi da queste campagne, né tantomeno vedersi allontanare i propri bambini. “Ma è come svuotare l’oceano con una conchiglia” ammette Scopellitti. Da marzo in poi, ogni anno, il numero di abitanti cresce a dismisura raggiungendo anche le mille unità nei mesi estivi e quando il lavoro nei campi richiede più manodopera. “E’ un processo lungo e difficile cui si può far fronte soltanto con la sinergia tra associazioni e la presenza costante delle istituzioni, sono necessari piccoli progetti ma che diano risultati costanti”, afferma Michele Gramazio di Solidaunia. I volontari sono concordi nel sottolineare come la via dell’integrazione sia l’unica da perseguire. “Soltanto facendo sì che queste persone vengano accettate gradualmente dalla comunità, si può assicurare loro la dignità che adesso neanche lontanamente posseggono”.
Ilaria Di Lascia

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n. 10 / Dicembre 2017

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