La privacy ai tempi di internet

La privacy ai tempi di internet

Denunce e sentenze non sono bastate a riconoscerle il diritto all’oblio
Il diritto alla riservatezza è una illusione? Il caso di Tiziana Cantone

Una donna. Un video. Internet. Tiziana Cantone è solo l’ultima vittima di quella rete infernale che può essere internet. Denunce e sentenze non sono bastate per riconoscerle quel diritto all’oblio tanto agognato. Tiziana ha pagato con la vita la sua libertà sessuale, una vita che non era più tale, che non le apparteneva più, per la vergogna, gli insulti, la solitudine, la depressione. La Procura di Napoli indaga per istigazione al suicidio e gli indagati sono tutti quelli che col loro giudizio hanno ucciso Tiziana.
L’ordinamento italiano riconosce ad ogni soggetto il diritto esclusivo sulla propria immagine, ne riconosce la dignità personale quale diritto inviolabile.
È vero, Tiziana ha accettato il rischio che la sua dignità venisse lesa, ma non è certo questo un buon motivo per puntarle il dito contro: ha sempre precisato, in ogni sua dichiarazione di aver girato e diffuso quei video “volontariamente e in piena coscienza” senza, però, darne il consenso alla diffusione da parte degli altri.
Questa è la libertà. Questa è la privacy. Il diritto alla riservatezza delle informazioni personali e della propria vita privata, quella riservatezza che Tiziana non aveva più.
Ciascuno di noi ha la facoltà di impedire che la propria sfera personale venga divulgata senza consenso, senza autorizzazione. Ma vi è di più. Ciascuno di noi ha diritto a che nessuno si intrometta nella propria sfera privata. Ma quale valore ha ad oggi il concetto di privacy, di riservatezza?
“Qualunque informazione relativa a persona fisica, identificata od identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero di identificazione personale”: ecco Tiziana Cantone era identificabile, era stata identificata ed è rimasta intrappolata in una rete mortale.
Garantire la privacy è un problema prepotente in internet, dove la diffusione dei dati è facile, veloce e alla portata di chiunque.
Internet, per le sue particolari caratteristiche, pone serie difficoltà di controllo da parte degli utenti. Un’arma per difendersi dovrebbe essere quel “famoso” diritto all’oblio che è quel diritto ad essere dimenticato dalla rete in relazione a dati pregiudizievoli, quel diritto a vedere cancellati completamente i propri dati personali dai motori di ricerca e dai social network.
Quel diritto che a Tiziana è stato in parte negato. Il problema della sicurezza in rete è diventato molto serio, alla luce dell’assiduo utilizzo dei blog e dei social network.  È un rischio che si accetta nel momento stesso in cui ci si mette dinanzi ad un computer connesso alla rete.
L’unica difesa a disposizione per la tutela della privacy consiste nell’utilizzare il buon senso. Il Garante della privacy raccomanda di prendere visione delle conseguenze connesse alla pubblicazione e alla condivisione in rete della propria vita. Qualunque dato messo su internet ci resta e le conseguenze relative ai contenuti pubblicati senza usare il buon senso e senza controllo, sono ancor più dannose per gli utenti più “deboli”.
Si può restare vittime del web anche quando vengono posti in essere atti persecutori, il noto cyberstalking, quando il molestatore/stalker, attraverso l’uso di internet si impossessa di dati sensibili fino ad individuare facilmente i luoghi frequentati dalla sua vittima, venendo a conoscenza di ogni movimento, perpetrando così la sua condotta criminosa. Ed ancora. Restare vittime della diffusione senza controllo di video dal contenuto più intimo, così come è successo a Tiziana, che è stata inghiottita dal mondo crudele, spesso malato che può essere internet.

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n. 10 / Dicembre 2017

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