Se la comunicazione fa cilecca

Se la comunicazione fa cilecca

‘F-DAY’, COSA NE PENSANO LE DONNE?

Un fronte compatto di donne si è creato, spontaneamente, contro la campagna di comunicazione del ‘Fertility Day’. A fare da collante, potentissimo, è la condivisione di messaggi - vere e proprie invettive o satira tagliente - da un social network all’altro. Lontano dagli schermi, però, la sostanza non cambia e un risultato il ‘Fertility Day’ lo ha già portato a casa: mettere d’accordo tante donne, infatti, non è cosa da tutti i giorni.
Sull’argomento, nella redazione di 6Donna si sono confrontate tre donne diverse, con età, situazioni ed esperienze differenti. Ma tutte contrariate, addolorate o infastidite - ognuna a seconda del proprio vissuto - dalla discussa ‘pubblicità progresso’. Letizia ha 40 anni e mentre sul monitor scorrono le immagini della campagna di comunicazione, culla il suo bambino di due mesi. E’ il suo primo figlio, dopo una gravidanza non andata a buon fine. “Essere diventata mamma a 40 anni mi ha fatto capire che sarebbe stato meglio, più bello ed anche più giusto, fare questo figlio 10 anni fa o addirittura 20, come hanno fatto i nostri genitori”, spiega. “Io sono cresciuta con un padre giovane, un padre amico. Anche mia madre era giovane, ma di contro c’era che giovane è rimasta senza mai diventare mamma”.
“Credo che sia tutto qui il discorso. Diventare giovani genitori è possibile, ma prima ancora di vivere in una epoca possibilista, è necessario che si abbia la volontà di essere genitore. Io non credo che il ministro Lorenzin non si renda conto che non ci sono le premesse per fare figli a 20 anni, senza lavoro, senza futuro, per noi prima ancora che per i nostri figli. Per il resto trovo che la campagna del Fertility Day sia sbagliata non nelle intenzioni ma nei modi. Sarebbe stato davvero molto diverso se sullo sfondo della clessidra al posto di una giovane donna ci fosse stato il Parlamento con i suoi politici che tanto parlano per gli italiani ma poco fanno tarpandoci le ali”.
Per Lucia, 38 anni, quel ‘bombardamento’ di locandine tocca una ferita aperta. Libera professionista, non naviga dell’oro ma, da sola, riesce a togliersi pure qualche sfizio. C’era un tempo in cui un figlio lo desiderava e tanto. Ma non è stata abbastanza fortunata da trovare il compagno giusto. Nel suo passato, una lunga relazione naufragata in malo modo, poi una serie di storielle nate in estate “ma che non sono arrivate a Natale”, ironizza. “Mi fanno male questi messaggi. So bene che il mio orologio biologico sta battendo i suoi ultimi rintocchi prima della mezzanotte, ma un figlio si fa in due. E dopo tutto questo tempo in cui ho dovuto ‘imparare a bastare a me stessa’ non credo arriverà la mia chance. E forse non la cerco nemmeno più: è brutto dirlo, ma mi sono abituata alla mia vita, senza vincoli né legami. Tutto sommato, mi piace e mi riempie. Devo sentirmi in colpa per questo? Questa campagna però, lo ammetto, ha scombussolato le mie certezze. E ha acuito vecchi dolori. Mi chiedo solo a che pro?”.
Storce il naso, e non poco, Vittoria, 31 anni. E’ la più giovane del gruppo e la bomba ‘F-Day’ è scoppiata pochi giorni dopo un aborto spontaneo, avvenuto alla fine dell’11^ settimana di gravidanza. La prima. “Trovo stupidamente ansiogeni, a tratti anche volgari, alcuni slogan (chi considera la propria fertilità un bene comune?). Se le contingenze economiche o sociali non permettono di mettere su famiglia, e questo momento si rinvia nel tempo, per me è un atto di responsabilità. Ma credo che questo dal Ministero lo sappiano bene. Inoltre credo sia un pugno nello stomaco, totalmente gratuito, per quanti non possono permettersi un figlio, per quanti non possono averlo pur desiderandolo, e per quanti stanno cercando di rimettere insieme i pezzi dopo una cocente delusione. Non tutto si può programmare: le circostanze, il caso, la vita spesso mettono i bastoni tra le ruote. Questa campagna pecca gravemente di opportunità e sensibilità”.

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n. 10 / Dicembre 2017

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