Violenza domestica, alle radici del problema

Violenza domestica, alle radici del problema

Il punto a Foggia con Franca Dente, presidentessa di “Impegno Donna”
I numeri: 100 segnalazioni in sei mesi, due denunce negli ultimi 15 giorni

Si fa presto a dire “violenza domestica”. Ma quella perpetrata nel silenzio delle mura di casa ha molteplici forme e sfumature. L’organizzazione Mondiale della Sanità riconduce a questa espressione ogni forma di abuso psicologico, fisico e sessuale e qualunque forma di comportamento coercitivo esercitato per controllare emotivamente una persona dello stesso nucleo familiare. Un fenomeno diffusissimo, se si considera che almeno una donna su tre è (o è stata) vittima di abusi.

Franca Dente, presidentessa di “Impegno Donna” - che da anni si occupa di prevenzione e contrasto a ogni forma di discriminazione, abuso e violenza di genere, e gestisce il Centro antiviolenza Telefono Donna - esordisce prendendo in prestito le parole - chiare e dure come un macigno - di Emma Bonino: “La violenza sulle donne è lo sport storicamente più praticato, più crudele e più diffuso al mondo”, spiega. “La violenza domestica ancora oggi viene considerata un fatto privato, su cui in molti alzano barriere di indifferenza. Invece è proprio in quel contesto che si consuma una violenza che ha raggiunto alti livelli di crudeltà, efferatezza, ferocia e insensibilità, che portano in molti casi alla distruzione di intere famiglie”. La violenza sulle donne è quindi un problema strutturale, sicuramente maschile ma che riguarda tutti, per il modo di pensare, agire, educare, relazionare, concepire la relazione uomo/donna.

Più un fenomeno è sfaccettato e composito, più difficile è contrastarlo. Con quali strumenti?
Il fenomeno richiede interventi su vari fronti: culturali, sociali, formativi ed educativi. Richiede una particolare attenzione all’educazione delle nuove generazioni e alla rieducazione degli adulti. Promuovere un processo di cambiamento nel rapporto di genere, superando la matrice della dominazione maschile, dove gli uomini sono attivi e protettivi e le donne passive e da proteggere, a partire dal nostro quotidiano. Sullo sfondo di questo fenomeno c’è ancora una cultura patriarcale.

“Impegno donna” da anni è attivamente impegnata sul territorio e rappresenta un osservatorio privilegiato per analizzare il fenomeno. Qual è il polso della situazione foggiana?
La situazione foggiana riflette quella nazionale. E questo nonostante sia cresciuta la consapevolezza della radice culturale della crisi del rapporto di genere ad opera di associazioni femminili presenti sul territorio, e quindi anche la consapevolezza delle donne sui propri diritti di cittadinanza. Esiste ancora molto sommerso e molte sono ancora le resistenze, soprattutto da parte delle famiglie di origine, a liberarsi dei vecchi modelli culturali di famiglia. Ad oggi, nel 2016 abbiamo avuto 100 segnalazioni di cui circa il 60% sono prese in carico. Solo negli ultimi 15 giorni ci sono state due denunce.

Purtroppo parliamo di un fenomeno trasversale, che può colpire tutte le fasce di età ed ogni ceto sociale. Ma quanto influisce la componente socio-culturale?
Influisce pesantemente soprattutto rispetto all’autonomia economica della donna, che costituisce un elemento fondamentale verso la sua autodeterminazione. Non dimentichiamo che il meridione ha un alto tasso di disoccupazione femminile…

Il servizio “Telefono Donna” quest’anno compie 20 anni. Un periodo di tempo durante il quale si è visto come è cambiata la concezione del rapporto uomo/donna. Cosa è cambiato in questi anni e quanto ancora c’è da fare?
E’ cambiata soprattutto la donna, che oggi è molto più consapevole del suo diritto ad essere rispettata, diritto a essere libera di scegliere il proprio progetto di vita familiare, sociale, lavorativa e relazionale. Contestualmente non è cambiato l’uomo che vive questo processo di cambiamento come una imposizione. L’evoluzione della coscienza maschile non corre alla stessa velocità delle conquiste sociali e degli stessi processi di cambiamento sociale. Non è facile liberarsi dagli stereotipi che classificano gli uomini e le donne in questa divisione di genere.

Quali passi si devono compiere per aiutare chi è vittima di violenza domestica?
E’ opportuno sensibilizzare i servizi sociali, sociosanitari, formativi pubblici e privati a cogliere i segnali di un disagio, di una violenza e a suggerire l’invio ai Centri antiviolenza. Formare le forze di polizia e il personale sanitario e tutti coloro che a vario titolo possono entrare in contatto con donne vittime di violenza e accoglierle e sostenerle nella loro travaglio doloroso per aiutarle a liberarsi.

La società, gli enti e le istituzioni supportano adeguatamente il lavoro dei Centri antiviolenza e delle associazioni che operano sul territorio?
Forse solo la società civile apprezza fino in fondo lo sforzo che queste associazioni fanno, assolutamente in forma gratuita e in autofinanziamento. Le istituzioni pubbliche spesso le ignorano, ai loro occhi sono invisibili, nonostante offrano un servizio altamente qualificato alla cittadinanza. Noi abbiamo moltiplicato i nostri progetti e le nostre prestazioni nei confronti delle donne e dei loro figli, avremmo bisogno di una sede adeguata ma non siamo in grado di pagarcela. Maria Grazia Frisaldi

IL PUNTO DI VISTA DELL'AVVOCATO

IL PROGETTO

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n. 10 / Dicembre 2017

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