Timori in corsia: “Si rischia una caccia alle streghe”

Timori in corsia: “Si rischia una caccia alle streghe”

Il punto di vista della dottoressa Tiziana Celeste, ginecologa

Troppe le variabili che si realizzano durante i turni di lavoro “Stiamo andando verso l’implosione delle strutture sanitarie”
In oltre quindici anni di lavoro ha visto formarsi migliaia di famiglie, contribuendo a far nascere altrettanti bambini. “Ho visto tante nuove vite venire alla luce, non abbastanza per sentire il mio cuore ancora più vicino a Dio, ma quanto basta per farmi sentire utile e anche un po’ speciale”, confessa la ginecologa Tiziana Celeste (in foto). Da sempre, si alterna tra ferma dolcezza e dolce fermezza lungo il percorso che accompagna le future mamme (e i futuri papà) verso una genitorialità informata e consapevole, vivendo la sua professione “con passione ed estrema dedizione”. Eppure non nasconde i suoi dubbi e le sue preoccupazioni in merito allo scenario che si sta delineando attorno al mondo dell’ostetricia e della ginecologia. Il riferimento è alla proposta di legge Zaccagnini, una norma per introdurre il reato di violenza ostetrica. “Se questa proposta dovesse passare, sarà necessario ravvisare i termini in cui sarà redatta, altrimenti potrebbe trasformarsi in una sorta di caccia alle streghe”, spiega la dottoressa Celeste.

Sono in molte, tra ginecologhe e ostetriche, a vivere questa proposta di legge come una sorta di “serrata” contro la categoria, “quando in realtà bastava introdurre un codice etico, delle nuove linee guida evidentemente necessarie”, spiega. Non è una vita semplice, quella dei ginecologi. “Nella scala delle categorie assicurative noi siamo al secondo posto, dopo i cardiochirurghi, ad ex aequo con gli anestesisti. Abbiamo i premi assicurativi più alti nella sfera medica e questo la dice lunga sul nostro carico di responsabilità. Questo perché la nostra specializzazione - l’ostetricia - è una branca di emergenza-urgenza e anche perché possono verificarsi degli eventi inattesi, imprevedibili e talvolta incontrollabili che vanno al di là della capacità professionale di chi si trova ad operare”.

Ha seguito con attenzione i risvolti dell’inchiesta che a Reggio Calabria ha interessato i suoi colleghi - “episodi che gettano un’onta vergognosa che pende su tutta la categoria sanitaria”, stigmatizza - e i termini della campagna #Bastatacere, le mamme al fronte mediatico per denunciare casi di violenza ostetrica. “Per quella che è la mia esperienza - precisa la dott.ssa Celeste - ho notato una tendenza, da parte delle pazienti e dei loro familiari, ad enfatizzare alcuni comportamenti, a confondere atteggiamenti che possono sembrare po’ frettolosi, con una mancanza di empatia, cura ed attenzioni. Ci sono colleghi - continua - caratterialmente ruvidi e poco predisposti all’interazione, e questo è un dato di fatto. Ma in generale credo sia giusto considerare anche tutte le variabili che si realizzano durante un turno di lavoro: stiamo andando verso l’implosione delle strutture sanitarie, in quanto non ci sono sufficienti finanziamenti per garantire il numero minimo e necessario di figure sanitarie preposte a far funzionare bene un reparto. Si continua a lavorare sotto organico, con infermieri, ostetriche e medici costretti a coprire turni massacranti. Queste variabili hanno un enorme peso, ma non possono giustificare in alcun modo eventuali mancanze di sensibilità, educazione, rispetto e umanità nei confronti delle pazienti”.

Su un punto non transige: lei, che ha sempre fatto del dialogo con le pazienti uno dei suoi punti di forza, non ammette leggerezza in materia di informazione. “Tutte le manovre e le procedure diagnostiche invasive strumentali e chirurgiche devono essere precedute da una corretta informazione, affinché il consenso sia realmente informato. Purtroppo, il modo in cui queste informazioni vengono fornite dipendono sempre dal numero di persone in turno, da quanto carico di lavoro c’è in quel momento e anche da chi sta lavorando. Per questo è importante che le partorienti vengano adeguatamente preparate tanto dai rispettivi ginecologi durante tutto l’arco della gravidanza, quanto dai corsi di preparazione al parto”. Le colpe, però, non sono solo dei medici. “Devo constatare che alcune donne (soprattutto se alla prima esperienza) non si sentono in grado di affrontare la tensione e i dolori del travaglio e del parto, e fanno pressioni per ricevere ‘aiutini’ e per ricorrere al cesareo. Certo, il travaglio non è facile per nessuna e talvolta le partorienti non collaborano più e si dissociano completamente. Sta alla bravura del personale prendere in mano la situazione e discernere tra quelle donne che vogliono essere spronate, anche duramente, e quelle che vogliono essere assecondate e consolate. A volte si sbagliano le valutazioni, può capitare, ma nulla può giustificare comportamenti al limite della prepotenza e della disumanità”.

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n. 10 / Dicembre 2017

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