Al fronte contro la violenza ostetrica

Al fronte contro la violenza ostetrica

Le coordinate di un fenomeno al limite della disumanità e prepotenza medica
Spesso durante la nascita, i diritti fondamentali e costituzionali non vengano rispettati
Al punto da dover introdurre un reato, punibile con la reclusione da 2 a 4 anni

Come un sassolino che diventa valanga. Così è stata la campagna mediatica #Bastatacere che, in 15 giorni (tanto si era proposta di durare), ha travolto l’Italia intera, raccogliendo migliaia e migliaia di testimonianze in materia di violenza ostetrica. Dentro c’è un po’ di tutto: manovre dolorose (forse inutili), umiliazioni e derisioni, tagli e cuciture senza anestesia, vere e proprie mutilazioni genitali. Oltre all’assenza totale di rispetto per il corpo, che diventa “carne da macello” al servizio di turni e necessità degli operatori sanitari.

Nata sul web, per due settimane #Bastatacere ha monopolizzato i social esplodendo come una bomba: tantissime donne si sono confrontate con altre esperienze di abuso ostetrico e si sono sentite meno sole. Così hanno trovato la forza di denunciare i loro vissuti consapevoli di trovare un contrappunto reale alle proprie sensazioni e al proprio dolore. Veri e propri racconti dell’orrore, al limite della disumanità e della prepotenza medica: in 15 giorni sono state raccolte oltre 1200 testimonianze in formato cartello-foto che segnano le coordinate di un fenomeno trasversale che riguarda la maggior parte degli ospedali italiani, dal nord al sud. Una “pioggia” di storie crude e dirette, appuntate su fogli di quadernone, post-it e cartelloni, che raccontano esperienze negate e sottaciute per tanto, troppo tempo. Troppo spesso, le utenti dell’assistenza alla maternità sono escluse dalle decisioni sul percorso nascita e sulle politiche sanitarie che riguardano il loro corpo e i loro bambini. Le loro voci non vengono ascoltate, eppure esse descrivono un quadro preoccupante in cui emerge come nell’assistenza alla nascita i diritti fondamentali e costituzionali non vengano rispettati.
Tanto da dover ricorrere ad una proposta di legge per introdurre il reato di violenza ostetrica, punibile con la reclusione da due a quattro anni, salvo che il fatto costituisca più grave reato.

#BASTATACERE. La campagna nasce il 4 aprile con l’intento di durare 15 giorni. “Si tratta di una sensibilizzazione mediatica verso il tema dell’abuso e mancanza di rispetto nella nascita presso le strutture ospedaliere, così come definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’abuso nel parto, detta anche violenza ostetrica”, spiega a 6Donna Elena Skoko del coordinamento Human Rights in Childbirth in Italia, un newtork di madri e avvocate attiviste per i diritti umani della nascita. Lei, insieme alla collega Alessandra Battisti (entrambe in foto), è una delle anime del progetto nato in collaborazione con La Goccia Magica, Nanay e Alma Mater. “La campagna è legata alla proposta di legge Zaccagnini che tratta di temi legati ad un fenomeno purtroppo molto diffuso”, continua. “Parliamo di un fenomeno che dura da quanto dura l’ospedalizzazione, un fenomeno intrinseco a questa organizzazione”, continua Skoko. “Noi ne abbiamo raccolto testimonianze dirette. Nei primi sette giorni abbiamo raccolto 10mila like sulla pagina appena nata. In 15 giorni il numero è più che raddoppiato e ancora cresce. Circa 1200 testimonianze in formato cartello-foto e moltissime altre in formato testuale; il gesto di portare sulla piazza globale la propria esperienza, spesso negata a lungo, ha avuto anche un effetto terapeutico. Il nostro è stato un esperimento sociale”.

TRATTAMENTI ABUSANTI. Il testo dell’OMS evidenzia quali siano i trattamenti che le donne subiscono durante l’assistenza al parto e in particolare e che possono definirsi trattamenti abusanti, inumani e irrispettosi della dignità della partoriente. Tra questi figurano l’abuso fisico diretto, la profonda umiliazione e l’abuso verbale, procedure mediche coercitive o non acconsentite (inclusa la sterilizzazione) e la mancanza di riservatezza. Ancora, rientrano in questa categoria la carenza di un consenso realmente informato, il rifiuto di offrire un’adeguata terapia per il dolore e la trascuratezza nell’assistenza al parto con complicazioni altrimenti evitabili che mettono in pericolo la vita della donna. Scorrendo le testimonianze, si legge di “episiotomia e sutura senza anestesia”, manovre effettuate senza consenso, umiliazioni morali (“spingi, che lo vuoi far morire questo bambino?”) e fisiche (“fanno del mio corpo ciò che gli pare: episiotomia, Kristeller, ventose e forcipe. Sembra un tiro alla fune…” ).

LA PROPOSTA DI LEGGE. L’11 marzo 2016 è stata depositata la proposta di legge “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico” da parte dell’On. Adriano Zaccagnini di Sinistra Italiana. La proposta propone il rispetto dei fondamentali diritti umani della madre e delle persone che nascono perché garantire i diritti significa anche garantire sicurezza e salute. “Per la prima volta si definisce cos’è un abuso in sala parto”, puntualizza Skoko. Si tratta di una proposta che mette la madre e il bambino al centro del sistema: nessuna legge sulla nascita, infatti, deve prescindere dal rispetto dei diritti fondamentali e costituzionali delle persone assistite, e gli utenti hanno il diritto di partecipare attivamente all’assistenza sanitaria a loro fornita e alle politiche sulla salute. La proposta di legge introduce il reato di violenza ostetrica che - viene precisato - non vuole costituire un attacco generalizzato alla categoria medica.

LA REALTA’ IN PUGLIA. Data la ristrettezza dei tempi, non è stato possibile fare un censimento delle esperienze regione per regione. Ma a tastare il polso della situazione pugliese nell’ambito dell’esperienza #Bastatacere è stata Denise Montinaro, di Lecce, attivista dell’associazione Rinascere al Naturale e Comitato per la Buona Nascita. “Quello che ho percepito, e che arriva anche dall’esperienza matura in questi anni a contatto con le donne di Puglia, è che si sta diffondendo la consapevolezza che quello che viene offerto non è un servizio che tutela la nostra salute”, spiega. Attraverso questa esperienza, “è stato scoperchiato un ‘Vaso di Pandora’. Le vittime di violenza ostetrica si sono sentite accolte e comprese, cosa che non sempre la famiglia, le amiche e gli stessi compagni sono in grado di fare. Non è facile comprendere la sofferenza e il senso di abuso che si può provare attraverso un’assistenza di quel tipo. Questo riscoprirsi ‘non sole’ ha unito tantissime donne che si sono trovate ad avere un riscontro alle proprie sensazioni e al proprio dolore”. E a chiedere rispetto.

La testimonianza
Il primo parto di Francesca, tra le storie di #Bastatacere
“Diremo a tuo marito che sei stata brava…”

Mai più un parto medicalizzato. Lo aveva promesso a sé stessa e ha tenuto fede alla sua parola. Così, per la nascita del secondo figlio, appena tre mesi fa, Francesca - docente di danze orientali foggiana e mamma di due bambini - ha optato per il parto in casa. E non si è pentita della sua scelta. Troppo negativa è stata la prima esperienza, in ospedale; una delle tante storie che sono andate a confluire nella campagna #Bastatacere, contro la violenza ostetrica in Italia. “Violenza non è soltanto quella materiale, fisica, corporea; violenza è anche non essere libere di sperimentare le proprie competenze, seguire i propri bisogni e i tempi fisiologici dell’esperienza del parto”, spiega.

“La mia prima esperienza di parto non è stata affatto felice”, confessa. Ripercorre a larghi tratti quella lunga giornata, iniziata con un tocografo mal posizionato e che non riusciva a registrare le contrazioni, e andata avanti con un “bombardamento” di ossitocina per accelerare un processo in realtà già in atto. Ricorda con chiarezza il dolore per la dilatazione manuale dell’utero e tutte le procedure atte a velocizzare un’esperienza che di naturale non aveva più nulla. “In questo modo una donna non è libera di seguire i tempi fisiologici del parto e, quel che è peggio, è iniziata una procedura di emergenza della quale forse non c’era bisogno”, continua. “Ero stanca, affamata e assetata, ma stavo bene”, ribadisce a più riprese. “Eppure sono scattate sia l’episiotomia che la manovra di Kristeller (questo il dolore più intenso di tutto il parto) spacciate come ‘aiutino’. Poi, una volta nato il bambino”, continua, “mi è stata detta una frase agghiacciante: ’A tuo marito diremo che sei stata brava’; un giudizio gratuito che è stata la cosa più lacerante di tutto. Mi sono sentita umiliata e sono uscita dalla sala parto piangendo, e le mie non erano lacrime di gioia”.

Per la nascita del suo secondo figlio, Francesca ha deciso di partorire in casa. “Una scelta ponderata e convinta. Ho avuto la possibilità di gestire il dolore e i tempi del parto, di sperimentare le mie competenze e di vivere l’esperienza del travaglio sorretta e sostenuta da mio marito. Un’esperienza che unisce la coppia in modo profondo”, spiega. “Sono stata accudita e seguita con dedizione e tatto. Ero in compagnia di mio marito e di due ostetriche espertissime che mi hanno seguito senza intralciare i miei bisogni”.

Dopo la prima esperienza, per due anni Francesca è rimasta in silenzio. “Per me quel vissuto è stato un grosso trauma. Poi sono entrata in contatto con l’associazione ‘Mamme Arcobaleno’ di Foggia e lì ho conosciuto delle ostetriche che mi hanno aiutato a capire che quello che è successo a me, in realtà accade in tutti gli ospedali d’Italia. Mi sono sentita meno sola e quando è iniziata la campagna mediatica #Bastatacere ho immediatamente aderito”. Sulla proposta di legge in materia di violenza ostetrica ha le idee chiare: “E’ uno dei tanti passi. In genere preferisco che si proceda non per imposizione di legge ma per riflessioni condivise. Però pazienza: se questa può essere una maniera per riformulare i protocolli di nascita e rivedere i comportamenti le assunzioni in questo campo allora ben venga”.

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n. 10 / Dicembre 2017

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