La realtà (ignorata) dei senzatetto

La realtà (ignorata) dei senzatetto

Nessuno sa quale sia il suo vero nome. E così i foggiani lo hanno ribattezzato “Nonno Libero”. E’ il clochard più famoso della città: tutti lo hanno incontrato più e più volte nel suo libero vagabondare, lento e senza meta: attraversava la città in lungo e in largo, interamente ricoperto di buste di plastica. Vi è uno spiccato accento toscano nelle sue parole, pochissime ma forbite. Perché c’è sicuramente una grande cultura e un passato importante alle sue spalle; tutti dettagli che hanno solleticato negli anni la curiosità dei foggiani che hanno immaginato sotto quei brandelli di plastica spesso maleodoranti a volte un medico, altre un importante imprenditore vitivinicolo toscano che ha gettato alle ortiche la sua vita passata scegliendo la strada. Tante leggende dietro quell’uomo minuto, che poche settimane fa ha rischiato di morire in strada sotto lo sguardo indifferente di alcuni passanti e ha riacceso - prepotentemente e inconsapevolmente - i riflettori sulla realtà difficile dei senzatetto e sull’importanza e sulla valenza del volontariato; sulla mancanza di alcuni servizi essenziali e sulle povertà sempre crescenti. Francesco Niglio (in foto), medico e volontario della Caritas (diretta da Don Francesco Catala­no che ha una grande sensibilità verso le problematiche legate alla povertà), è stato una delle figure-chiave per il buon esito della vicenda, insieme ai volontari del Fratelli della Stazione. E con lui abbiamo ripercorso la vicenda, dipanandone i nodi e “fotografando” una realtà sommersa, eppure grave e sempre crescente.

Dottor Niglio, il caso di Nonno Libero ha squarciato il velo sulla realtà dei senza tetto a Foggia…
Diciamo che “Nonno Libero”, nomignolo affettuoso che la città gli ha attribuito, ne è diventato suo malgrado l’emblema. Tutto è iniziato lo scorso 8 gennaio, quando Nonno Libero era riverso a terra dolorante e al freddo, ormai da 48 ore. Un po’ rifiutava i soccorsi, un po’ la gente lo guardava con indifferenza e andava oltre. Difficile intervenire: dopo tante telefonate e difficoltà è stato richiesto un ASO (ovvero un accertamento sanitario obbligatorio, ndr), per portarlo in ospedale. E così è iniziato il suo percorso di rinascita.

Cos’era successo?
Aveva subito la frattura di un femore. E’ stato operato e adesso è ospitato in una casa di accoglienza della Caritas, dove inizia a socializzare e a vivere una vita degna di tale nome: ha pasti caldi, viene seguito nel percorso di riabilitazione e nella cura dell’igiene personale ed è assistito da tanti volontari e da me personalmente. Credo che la curiosità attorno a Nonno Libero - chi era e chi non era - adesso sia finita. A me, ad esempio, interessa solo che non finisca nuovamente per strada.
Un caso che ha avuto il “potere” di richiamare l’attenzione della città su una realtà spesso ignorata…

Sì, ma anche un caso che ha fatto conoscere a tutti il grande merito del volontariato, mostrando il volto più bello della città. Purtroppo c’è tutto un mondo sommerso che è senza fissa dimora, che soffre e che la sera dorme in stazione perché in questa città il disagio e la crisi economica hanno colpito sempre più famiglie. Ci sono povertà crescenti, che coinvolgono tanti uomini foggiani disoccupati o senza casa a seguito di divorzio, ad esempio.

Qual è stato il nodo della questione, cosa ha complicato i soccorsi?
Sicuramente lui rifiutava gli aiuti. Tanti anni di strada lo hanno portato ad avere sempre un atteggiamento di difesa, ma non è un violento. Per questo, non potevamo procedere con un TSO, il Trattamento sanitario obbligatorio, che è indicato solo per chi è pericoloso per sé e per gli altri. Io, però, mi ero intestardito perché se non fossimo intervenuti subito Nonno Libero sarebbe certamente morto quella sera, in strada. Allora abbiamo invocato l’ASO, misura che attiva direttamente il sindaco come massima autorità sanitaria della città, il quale che dispone una ordinanza specifica e il soggetto viene portato in ospedale per le cure necessarie.

Attraverso il suo impegno in Caritas, lei ha ben chiaro il polso della situazione…
Ogni sera la mensa della Caritas prepara 250 pasti. C’è tutto un mondo di povertà che non riguarda solo extracomunitari, ma sta coinvolgendo sempre più italiani e foggiani. Impossibile dare cifre e numeri: la crisi è galoppante e ci sono tante persone che vivono la povertà lontano da aiuti e servizi di volontariato.

Quali sono i servizi offerti?
La città può contare sui servizi offerti da Caritas e dalle associazioni del territorio. Per quanto attiene alla Caritas diocesana vi è una casa di accoglienza (l’ex Conventino) con servizio di distribuzione indumenti, docce, mensa con colazione e cena e un ambulatorio medico per l’assistenza sanitaria e la distribuzione dei farmaci. Poi vi è il dormitorio di prima accoglienza gestito presso la parrocchia di Sant’Alfonso: si tratta di un progetto finanziato con il Comune di Foggia dove si accolgono 15 persone. Ancora, la Caritas ha attivato uno sportello di assistenza legale e orientamento lavoro, oltre che un centro di ascolto.

L’auspicio è una collaborazione sempre più stretta tra associazioni enti e istituzioni. Quali sarebbero a suo avviso le prime misure da adottare, con maggiore urgenza?
Sicuramente un maggior impegno a focalizzare le vere necessità sociali della città. Le mie parole hanno intento propositivo, ovvero invocare una sinergia maggiore con chi lavora nel sociale, per individuare i problemi reali e stringenti e promuovere azioni mirate e atte a colmare i disagi sociali.

Maria Grazia Frisaldi

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n. 10 / Dicembre 2017

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