L’Italia è una Repubblica democratica fondata… sui pensionati. E Foggia?

L’Italia è una Repubblica democratica fondata… sui pensionati. E Foggia?

In Capitanata, ci sono 166 mila lavoratori in quiescenza
La provocazione Spi Cgil: nonni in sciopero? Si bloccherebbe il Paese
La loro “opera” vale 18,3 miliardi all’anno, circa 1,2 punti del Pil e consente a 800.000 donne di poter lavorare e di produrre reddito

L’Italia non è un paese per giovani. E la Capitanata si allinea al resto dello Stivale. E’ la terza età - fascia fragile per più e più motivi - a reggere le sorti del Paese. Comprese le generazioni centrali - quelle di figli e nipoti, emblema della precarietà - per le quali una pensione, anche se esigua, appare una certezza imprescindibile. Non solo per spese voluttuarie e accessorie (quanti sono in nonni che si fanno carico delle spese di palestra, scuole di musica e danza per i nipoti?): tanti nonni si fanno carico delle “tasse universitarie dei figli dei figli”, “per assicurare quel pezzo di carta che loro non hanno potuto avere”, o delle utenze e delle spese mediche dei figli “che non arrivano a fine mese”. E tanti altri, ancora, che con la loro opera e il loro impegno permettono a generi e nuore di fare come i saltimbanco, e scapicollarsi nel liquido mondo del lavoro, occupandosi a tempo pieno dei nipoti ma anche della gestione della case (pagamenti delle bollette, prenotazione degli esami, acquisti di varia natura). Ma cosa succederebbe se gli oltre 200mila nonni di Capitanata si mettessero in sciopero?

Un interrogativo, avanzato provocatoriamente dallo Spi Cgil di Foggia, da far tremare le vene dei polsi. Il Sindacato Pensionati Italiani della Cgil di Foggia lancia la bomba in concomitanza con la Festa dei Nonni. Ma si tratta di una miccia a lenta combustione, e la deflagrazione rimbomba nelle coscienze di tanti. L’obiettivo dello Spi non era gettare nel panico un’intera generazione, ma era porre l’accento sulla figura del nonno come ‘risorsa’ e non solo come ‘necessità’, di sensibilizzare cittadini, opinione pubblica e istituzioni sulla vita, le difficoltà e l’imprescindibile contributo alla tenuta del “sistema Paese” dei pensionati e più in generale degli anziani. “Non siamo noi la Banda Bassotti”, rivendicava a gran voce Franco Persiano, segretario provinciale Spi Cgil Foggia che ha tappezzato l’intera città di manifesti. Non sono gli anziani a rubare il futuro alle giovani generazioni, tutto il contrario: “Chi ha lavorato per una vita intera, chi si è battuto e ancora lotta per diritti e dignità, lo fa soprattutto per i propri figli, per i propri nipoti, affinché le conquiste ottenute con sacrifici e sudore non siano vanificate”, spiega Persiano. Il Sindacato Pensionati della Cgil sta rafforzando un’azione e una presenza già capillari, con più servizi e più iniziative per sostenere lavoratori, disoccupati e pensionati. Se i nonni dovessero scioperare, anche solo per una settimana, si paralizzerebbe l’intero Paese. E per immaginare le ripercussioni basta prendere in esame la più piccola cella della società, ovvero la famiglia: le conseguenze sarebbero devastanti nella gestione dei bambini, nella cura di tante persone non autosufficienti e, ancora, sarebbe riscontrabile anche nell’ambito di tante associazioni di volontariato, centri sociali, patronati.

 LA FOTOGRAFIA.   In Italia, fonte Istat, vivono 11.500.000 di nonne e nonni. Nel 2010, una ricerca specifica sul valore del lavoro svolto dai nonni ha registrato un risultato sorprendente. Il lavoro dei nostri nonni vale 18,3 miliardi di euro all’anno, circa 1,2 punti del Pil, il Prodotto Interno Lordo. La stessa ricerca ha appurato che il lavoro di cura svolto dagli anziani verso i loro nipoti consente a 800.000 donne di poter lavorare e di produrre una ricchezza pari al 2,4% del Pil, vale a dire 36,6 miliardi di euro. Considerando le difficoltà economiche, sociali e occupazionali vissute in provincia di Foggia, in proporzione il valore delle mansioni svolte quotidianamente da nonne e nonni di Capitanata è certamente superiore alla media del dato italiano. Basti pensare al numero degli asili nido comunali, certamente insufficiente a sostenere il fabbisogno delle famiglie, soprattutto quelle più giovani, con mamma e papà costretti a barcamenarsi tra lavori e lavoretti precari che assorbono tempo ed energie. Senza l’impegno dei nonni, soprattutto per le giovani madri, spesso diventa proibitivo se non impossibile cercare un lavoro e tenerselo stretto.

QUANTO PRENDONO I PENSIONATI?        I dati ufficiali svelano bugie e disinformazione, e quanti sostengono che i pensionati italiani godano di pensioni da sogno: 2.592.168 pensionati ricevono mensilmente meno del trattamento minimo, vale a dire un importo medio di 267 euro lordi. E non è tutto, perché sono 4.915.594 gli italiani che percepiscono una pensione di 687 euro lordi. Altri 3.987.848 ricevono mensilmente 1.199 euro. Questo significa che, complessivamente, circa 12 milioni di italiani hanno un trattamento pensionistico inferiore ai 1.200 euro mensili. In totale, i pensionati sono 16.761.445 e ricevono un importo medio mensile di 1.243 euro lordi, ma per gli ex lavoratori dipendenti quella cifra scende ulteriormente arrivano a 1.026 euro. In provincia di Foggia, ci sono circa 166 mila pensionati. Il 66% di loro riceve pensioni minime, inferiori a 500 euro mensili. L’importo medio delle pensioni erogate in provincia di Foggia è pari a 616 euro. Sono quasi 94mila le donne pensionate, poco meno di 73mila gli uomini in pensione. Sono circa 32mila le prestazioni riconosciute agli invalidi civili per un importo medio mensile di quasi 400 euro ciascuno. Oggi i pensionati sono diventati gli ammortizzatori sociali della crisi all’interno delle famiglie. Le nonne e i nonni sostengono e cercano di aiutare come possono, non solo economicamente, i figli e i nipoti.


AMMORTIZZATORI SOCIALI ?  Una fotografia precisa e ben circoscritta, supportata dai numeri e dalle storie che Spi Cgil raccoglie. In via della Repubblica, infatti, nella sede del sindacato, in quella dello Spi e del patronato, ci sono moltissime donne che prestano volontariamente il proprio contributo.
E ci sono tante altre donne che rappresentano nei fatti, non retoricamente, gambe, motore e sensibilità nelle funzioni dirigenziali e in quelle di assistenza quotidiana alle persone, alle donne sole, ai giovani precari e disoccupati, agli immigrati, ai padri di famiglia che perdono il lavoro a 50 anni e faticano a ritrovarne uno. In molti quartieri “difficili” di Foggia, soprattutto negli ultimi anni, le donne hanno dovuto assumere una triplice funzione: mantenere economicamente la famiglia dopo la perdita del posto di lavoro da parte dei loro compagni; tenere unita la famiglia in un momento di difficoltà (psicologica oltre che economica) ed accudire figli e nipoti.  Una fotografia precisa e nitida che mostra quanto la figura del nonno sia socialmente imponente, come supporto e come possibilità per le famiglie.


L’esperienza di Maria Rosaria, biologa
Nonna a tempo pieno “Non solo una necessità, ma una risorsa”

Cuore di mamma non si risparmia mai. Cuore di nonna non si tira mai indietro. Così le giornate di alcuni nonni diventano veri tour de force, con orari scanditi dai tempi di lavoro dei figli e delle necessità dei nipoti. Lo sa bene Maria Rosaria, biologa foggiana in pensione e nonna di una bambina di due anni e mezzo. Dopo una intensa attività lavorativa, il momento della pensione ha dato il via ad una nuova vita: quella di nonna a tempo pieno, ricca di impegni e responsabilità certo, ma anche di dolcezza e affetti nuovi. Da mamma lavoratrice quale è stata, sa bene quali possono essere le difficoltà e le esigenze di figlio e nuora. E con generosità, mette loro a disposizione il suo tempo e la sua esperienza. Forse anche un pizzico di pazienza. A ripagarla di tutto è l’affetto e la serenità della sua nipotina.

Maria Rosaria, la serenità della pensione è solo un’illusione? Come è cambiata la routine della Sua vita con l’arrivo della Sua prima nipotina?
E’ la serenità della vita, non solo della pensione, ad essere un’illusione. E, comunque, non è l’inattività a dare serenità. La mia routine è cambiata radicalmente con l’arrivo della nipotina, evento coinciso, in maniera non casuale, con il termine della mia attività lavorativa.

Mamma lavoratrice prima, nonna impegnata poi: nel volgere di una generazione cosa è nelle politiche sociali e nei servizi alla famiglia?
Le necessità di una donna che lavora sono principalmente legate alla presenza di figli, ancor più se in tenera età. Negli anni la società ha recepito questa esigenza, con l’offerta di strutture aperte anche nelle ore pomeridiane. Sono, però, aumentate anche le esigenze, in quanto molte famiglie vivono lontane dai nuclei di appartenenza e non possono contare sul supporto familiare. Anche le attività lavorative richiedono attualmente un impegno orario ben diverso da quello del pubblico impiego. In conclusione, la problematica è ancora più rilevante che nei decenni passati.

Quali valori aggiunti, a Suo avviso, può apportare la presenza costante di un nonno, accanto a quella dei genitori, per un bambino? Quali sono invece le criticità?
La presenza di altre figure oltre a quelle genitoriali sono un valore aggiunto per i bambini, soprattutto per quelle figure nei cui confronti c’è un rapporto affettivo. La criticità può derivare da una mancata chiarezza dei ruoli.

In che modo riesce a contemperare le esigenze di rigore educativo che un impegno di tale responsabilità richiede, con il ruolo di nonna?
I nonni non hanno un ruolo prioritario, rispetto a quello dei genitori, nel rigore educativo. Per quanto mi riguarda, mi sono proposta nei confronti di mia nipote di essere sempre sincera con lei e di non tornare mai indietro quando dico ‘no’ (poche volte!) alle sue richieste. D’altronde la vera educazione, al positivo e al negativo, è l’esempio.
I tempi della gestione della famiglia e quelli del lavoro (di alcune professioni più di altre) non sembrano essere più gestibili. Di chi è la responsabilità? Cosa manca e cosa si potrebbe fare affinché il lavoro non penalizzi la famiglia, e la famiglia non sia da ostacolo per la realizzazione professionale?

La necessità di conciliare la gestione della famiglia e quella dell’ attività lavorativa è sempre stata un’ardua impresa. Lo è ancora di più ai tempi odierni, in quanto molte attività lavorative non hanno quelle coperture contrattuali, sociali, economiche e familiari, su cui si poteva contare in passato. Più che parlare di responsabilità, data la complessità delle variabili, penso sia più utile coalizzare le forze, personali e istituzionali, per rendere più semplice e felice la vita delle persone. Un’ultima personale osservazione: non è mai saggio sacrificare, al di là delle difficoltà, la realizzazione professionale, che - non dimentichiamolo - è fonte di reddito e quindi di libertà.

I sindacati provocano: senza i nonni l’Italia si bloccherebbe. Lei cosa ne pensa?
I sindacati hanno ragione. Però, i nonni non sono solo una necessità. Sono una risorsa. Il rapporto che si crea con un nipote che ti viene affidato ha le caratteristiche di intensità, affettività, esclusività che sono tipiche dei veri amori. E chi potrebbe rinunciare a un grande amore?

Basta garanzie
Nelle banche, timidi segnali di schiarita Col Job Act,
i figli se la cavano da soli

Nelle banche si vedono timidi segnali di schiarita. Merito del Job Act, dice qualcuno. Aumentano infatti le richieste di finanziamenti da parte di neo-assunti finalmente con “le carte in regola”. Nella maggior parte dei casi, si tratta di finanziamenti destinati all’acquisto di un’auto, me c’è anche chi fa richiesta di mutuo per l’acquisto di una casa. E riesce ad ottenerlo. Cosa che negli ultimi tempi accadeva assai di rado.

E quando accadeva era grazia alle garanzie offerte dai genitori, pensionati o pensionandi. Non certo per i redditi prodotti e dimostrati all’impiegato di banca. Negli anni passati era più complicato, per le giovani coppie che desideravano metter su famiglia, riuscire a ottenere un mutuo solo con le proprie forze. A volte addirittura impossibile. Per questo, correvano in aiuto i genitori: nei casi più fortunati bastava una firma come garanzia e il prestito era concesso. Una pensione statale, si sa, vale molto di più della paga di un precario. Oggi, invece, la situazione sta lentamente cambiando. Sono sempre meno coloro che si rivolgono ai parenti per questioni economiche.

Nell’ultimo anno, grazie alla riforma del lavoro, sono diminuiti gli impieghi a tempo determinato in favore di quello a tempo indeterminato, a lungo considerato un miraggio. Le garanzie, almeno sulla carta, ci sono ed è più semplice che le banche concedano mutui. I genitori garantiscono sempre meno e i figli iniziano a cavarsela da soli. Anche economicamente: nel 2015 - stando sempre alle carte trattate dagli impiegati di banca - si registra un timido miglioramento delle condizioni economiche, soprattutto per la fascia di età che va dai 25 ai 35 anni. In parte, il merito va al Job Act dell’attuale Governo, e gli istituti di credito ringraziano. La maggioranza dei datori di lavoro hanno preferito regolarizzare i propri dipendenti, date le agevolazioni di cui avrebbero goduto. Le richieste di mutui quest’anno sono state tantissime, complice anche il tasso di interesse che, nell’ultimo semestre, è sceso notevolmente. Molti sono stati anche i prestiti accordati e destinati all’acquisto di un’auto. La prima cosa a cui si pensa quando si ha un impiego stabile, infatti, è comprare una macchina. E farlo con i propri guadagni è una grande soddisfazione. Per farlo bastano tre buste paga e il contratto di lavoro ed è fatta. Prima non accadeva così spesso, perché non sussistevano le condizioni base.

Vi è la possibilità per i genitori, anziani e pensionati, di richiedere un prestito alla banca saldandolo mensilmente con la trattenuta di un quinto della pensione (cessione del quinto). Nel presente, questa pratica non è molto richiesta. In passato sì. I soldi in prestito servivano per aiutare i figli in difficoltà economica. Ovviamente alle banche non veniva fornita la vera motivazione, ma una che poteva essere più plausibile: nella top three la ristrutturazione della casa, cure mediche generiche o l’acquisto di un’auto. I dipendenti degli istituti di credito, con la loro esperienza, forse capivano che dietro c’era altro, soprattutto quando - trattandosi di clienti abbastanza in la con gli anni - comprare una macchina risultava improbabile. Assicuratisi il presente, c’è anche chi cerca di garantirsi un futuro più sereno: e allora, al front-office si allunga la fila per consigli sulla previdenza pensionistica complementare. Oltre all’Istituto nazionale della previdenza sociale, infatti, chi vuole può aprire un fondo privato e versare mensilmente una quota a piacere, anche minima di 50 euro. E dopo 8 anni può richiedere una percentuale della somma accumulata da spendere come si preferisce. E che ciò che si versa annualmente può essere detratto dalla dichiarazione dei redditi. Foggia è in crescita? Nelle banche sembrerebbe di sì. Resta da capire cosa accade fuori.

Carmen La Gatta



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n. 10 / Dicembre 2017

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