L’età della intelligenza

Secondo lo studio norvegese pubblicato da Science e riportato sul sito Rainews24.rai.it i primogeniti superano in quoziente di intelligenza i fratelli minori grazie allo ‘status’ familiare e a una migliore elaborazione del pensiero.
Croce e delizia di tutti i fratelli maggiori: stare attenti al fratello o alla sorella più piccola, insegnare le cose già imparate, accudirli in qualche circostanza. Croce, perché nei confronti dei fratelli minori si sviluppa spesso una vera insofferenza. Delizia perché ogni tanto il ruolo di maggiore dà indiscussi privilegi. E tra i vantaggi della primogenitura pare ci sia l’inconsapevole acquisizione di una migliore capacità di elaborare il pensiero. E, quindi, a conti fatti, una intelligenza più sviluppata e acuta rispetto ai fratelli minori.
“Intelligenza non è non commettere errori, ma scoprire subito il modo di avvantaggiarsene”, scriveva Brecht. Chissà che anche in questo non siano più rapidi i fratelli maggiori.
La questione ha appassionato gli scienziati almeno dalla fine dell’Ottocento. Uno dei primi fu Sir Francis Galton - antropologo, genetista e cugino di Darwin - che nel XIX secolo fece notare come spesso gli uomini in posizioni influenti erano prevalentemente primogeniti.
Secondo i ricercatori norvegesi però, l’ordine di nascita non conta a livello di patrimonio genetico, ma per la differente attenzione accordata dalla famiglia al primo figlio, che ipoteca un più alto quoziente intellettivo.
Petter Kristensen e Tor Bjerkedal hanno individuato nel “rango sociale” all’interno della famiglia la ragione ultima della maggiore intelligenza nel clan familiare, come nel caso del secondogenito quando il primogenito è morto prematuramente.
Lo studio è stato condotto su 241.310 norvegesi che hanno passato la visita di leva tra 1967 e 1976 a un’età compresa tra 18 e 19 anni.
Il quoziente intellettivo dei primogeniti era di 103,2 contro una media di 102,9 dei secondogeniti e di 100 per i terzogeniti. Ma se i fratelli maggiori erano morti piccoli, la media dei terzi nati saliva a 102,6.
Secondo Frank Sulloway, un’autorità all’Università di California sugli studi sull’ordine di nascita, la ricerca dei norvegesi dimostra che non è tanto l’essere primogenito ma l’essere cresciuto da primogenito ad avere impatto sull’intelligenza: “Il maggiore si stacca dagli altri forse perché è costretto a fare ai minori da guida e in questo processo impara a organizzare e elaborare meglio il pensiero”.
Irma Mecca

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n. 10 / Dicembre 2017

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