Quando l’anca “scricchiola”…

Quando l’anca “scricchiola”…

A cura della dottoressa LUTGARDA CONSOLETTI - Fisioterapista

L’articolazione dell’anca, una delle più importanti che sorreggono il nostro corpo, congiunge il femore con il bacino. È costituita dalla testa liscia e sferica del femore che si inserisce in una cavità a forma di coppa, detta acetabolo.

Nell’impingement femoro-acetabolare (FAI) una o entrambe le strutture presentano irregolarità anatomiche (congenite o acquisite) che impediscono la corretta mobilità dell’anca, creando attrito tra la parte prossimale del femore e l’acetabolo che, in condizioni normali, dovrebbero scivolare senza impedimenti. Ciò produce lesioni della rima articolare e/o della cartilagine con conseguente artrosi d’anca. Si manifesta tipicamente nei giovani fisicamente attivi probabilmente perché l’attività agonistica comporta (in un’anca già morfologicamente alterata) la ripetizione di movimenti responsabili del conflitto.

Inizialmente si ha dolore intermittente, solitamente inguinale (confuso spesso con la pubalgia), talvolta anche gluteo, in seguito a uno sforzo fisico (partita di calcio, marcia prolungata) o dopo lungo tempo in posizione seduta. Risultano limitati i movimenti in flessione-adduzione-intrarotazione d’anca; il dolore, in principio episodico, si fa sempre più frequente fino all’abbandono dell’attività sportiva e alla comparsa dei primi deficit di deambulazione.
Si distinguono due forme di FAI: Cam e Pincer, isolate o miste. Il CAM impingement, più frequente nei giovani sportivi, è rappresentato da una testa femorale non perfettamente sferica con, in molti casi, una prominenza ossea. Nel PINCER, più diffuso invece tra le donne adulte, l’acetabolo avvolge eccessivamente la testa femorale rendendosi responsabile dell’impatto precoce tra collo femorale e il detto acetabolo.

Il trattamento dell’impingement dipende dal grado di degenerazione articolare al momento della diagnosi e può essere conservativo o chirurgico. Negli stadi iniziali il protocollo conservativo prevede limitazione dell’attività sportiva, calo ponderale, esercizi di stretching, attività in piscina, fisiochinesiterapia, terapie strumentali ed infiltrazioni eco-guidate. Purtroppo nella maggior parte dei casi i pazienti arrivano a diagnosi con un livello di degenerazione articolare tale da rendere l’intervento chirurgico necessario. In artroscopia o chirurgia aperta, l’intervento punta ad eliminare le cause del conflitto, riparando eventuali altre lesioni. Nei casi in cui si sia già instaurata una grave artrosi, la protesi è l’unica opzione.
Un percorso riabilitativo dovrebbe essere intrapreso prima e dopo l’intervento. In fase pre-operatoria si punta a migliorare la gamma di movimento, rafforzando i muscoli e migliorando la resistenza; in fase post-operatoria deve essere personalizzata in base al tipo di intervento, età, peso e attività fisica pregressa. Nei soggetti in sovrappeso il calo ponderale ottiene sempre grandi benefici e può rallentare l’evoluzione del danno articolare. La rieducazione deve cominciare già in 2°-3° giornata post-operatoria e dura 2-4 mesi.

E’ volta a ridurre il dolore, recuperare l’escursione articolare, la normale deambulazione, forza e resistenza muscolare, fino a riprendere le attività quotidiane e, se previsto, l’attività sportiva. In presenza di dolori inguinali, soprattutto in soggetti sportivi, il conflitto femoro-acetabolare è una sindrome da sospettare perché solo una precoce diagnosi aumenta le possibilità di recupero.

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n. 10 / Dicembre 2017

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