Il “tempio” delle suggestioni visive

Il “tempio” delle suggestioni visive

Dall’illusione della forma alla costruzione della forma. Nel parco archeologico di Santa Maria di Siponto si superano il concettuale e la visual art, per sperimentare una idea quantomai attuale della evocazione storica che passa attraverso il tema dell’experience che si fa emotion. L’esperienza qui viene rivissuta grazie alla ricostruzione prima semantica e poi materica (rete metallica elettrosaldata e zincata) della basilica paleocristiana nata dal genio e della perizia del fare, del giovane artista Edoardo Tresoldi. Se si parlasse di memoria, come fa lo stesso artista, forse si tradirebbe il fine ultimo dell’arte che – secondo le ultime istanze – non fa memoria ma è essa stessa memoria del visibile, di quell’hic et nunc che si manifesta nell’opera di Tresoldi come epifania dell’immagine che è al tempo stesso segno tangibile di un passato che si fa presente.

Negli ultimi anni la storia dell’arte è giunta ad un punto critico nel quale deve scegliere – dicono in molti – fra un tradimento della tradizione e il suo suicidio; è il nesso stesso tra “storia” e “arte” che viene messo in dubbio da alcuni storici dell’arte. Nel campo dell’arte contemporanea, la non nuova tesi hegeliana della fine della storia rinasce declinandosi sia come un necessario passaggio dalla storia dell’arte ad una scienza dell’arte, già proposta da Aby Warburg, sia come fine della storia intesa nel senso di una fine dell’arte come professato da Danto. L’arte oggi è chiamata ad asservire forse al ruolo di edutainement cioè di quel filo sottile, ma ben intessuto nelle maglie della società, che coniuga la vocazione all’educazione visiva (education) e le nuove frontiere del divertimento (entertainment), inteso come parabola del nostro tanto agognato “tempo libero”. A Siponto si vive così una esperienza intergrata di viaggio nel passato, nella nostra storia quella che vede un territorio daunio costellato di importanti presenze paleocristiane (vedi il “sito subacqueo” delle due basiliche paleocristiane poste sui fondali dell’invaso della diga di San Giusto, in agro di Lucera).

A Manfredonia la sperimentazione si fa dunque ardita nel progetto di una struttura in rete metallica che ridisegna i volumi dell’antica basilica; un’opera alta 14 metri realizzata con un investimento di 3,5 milioni di euro, di cui 900mila euro per la realizzazione da parte dell’artista Tresoldi che in tre mesi circa ha compiuto l’intervento site specific, assistito da professionisti nel campo dell’archeologia, dell’architettura e della storia dell’arte antica, riuscendo a dar vita nuovamente alla basilica partendo dalla pianta fino a giungere all’impercettibile essenza dell’alzato. Il tema scelto dallo scultore è quello della interazione dell’opera che così dialoga all’indietro con la storia e, in modo tutt’altro che invasivo, continua a dialogare con il territorio che la ospita in una relazione strettissima che è un caposaldo della poetica artistica e della sperimentazione visiva di Tresoldi. Qui la ricerca estetica si coniuga infatti ai temi del paesaggio urbano e della definizione del parco archeologico già in essere, in una forma narrativa che diviene a tratti descrittiva ma che non è mai scevra dall’intenzionalità semantica della resa materica del manufatto.

I lavori realizzati dall’arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, dal Segratariato Regionale del MiBACT, dalla Soprintendenza Archeologia della Puglia e dal Comune di Manfredonia aiutano a comprendere lo sviluppo del sito del V secolo d.C. e degli edifici religiosi che vi insistono: la basilica Cattedrale, il battistero dedicato a San Giovanni, la chiesa di Santi Stefano e Agata. E il successo è assicurato e sui social la notizia viaggia veloce e - in poche ore dalla sua pubblicazione - è già trend topic, come si direbbe nell’era del digitale a cui persino il passato è costretto a strizzare un occhio.

Francesca Di Gioia


FAVOREVOLI O CONTRARI?

L’opera di Edoardo Tresoldi lascia senza parole. Non si può negare. E attira studiosi, appassionati o semplicemente curiosi che, nella rete metallica dell’avveniristica Iron Church sperano di trovare suggestioni ed emozioni di un tempo passato. Una manna dal cielo per il turismo storico-culturale, almeno a giudicare dai numeri rilevati subito dopo il triduo pasquale: oltre settemila, infatti, sono stati i visitatori interessati al Parco archeologico di Santa Maria di Siponto. Un numero da capogiro per queste zone. L’intervento dell’artista al Parco archeologico di Santa Maria di Siponto suscita grande curiosità, a più livelli: un’opera permanente che vuole far dialogare archeologia e arte contemporanea, restituendo la terza dimensione ad architetture ormai scomparse. Così, sul tracciato dell’antica basilica paleocristiana prende vita una struttura di intricati reticolati di fili metallici, capace di incantare lo spettatore con effetti che ricordano la realtà virtuale. Ma la struttura sarà davvero permanente?

Se da una parte i numeri di visitatori registrati fanno ben sperare, dall’altra si leva la voce autorevole di Teodoro De Giorgio, storico dell’arte, che categoricamente sancisce: “L’opera va smantellata”. Il perché è presto detto: l’installazione non è in grado, per via della sua composizione “a rete”, di proteggere il monumento sottostante. Eppure l’obiettivo principe del progetto “Dove l’arte ricostruisce il tempo”, promosso dalla soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia e il segretariato regionale del Mibact, e all’interno del quale ha preso forma l’opera, era proprio quello di conservare le tracce visibili del passato. Che però restano esposte alle intemperie e all’azione degli agenti atmosferici. Inoltre, sottolinea lo storico in un suo intervento, un altro aspetto da tenere in considerazione è che “risulta seriamente compromessa la leggibilità dell’intera area archeologica (la struttura installata non è certo invisibile o virtuale, tutt’altro). E’ nella “leggibilità”, infatti, che è racchiuso il senso del patrimonio culturale, che ha bisogno di mostrarsi senza veli, senza inutili artifici e sovrastrutture, allo sguardo dello spettatore, per permettergli di cogliere quell’intreccio di storia e arte da cui discende il presente”. Sul futuro dell’opera di Tresoldi resta, dunque, l’incognita; una vita - lunga o breve che sarà - schiacciata nel braccio di ferro tra favorevoli e contrari. 

m.g.f. 

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n. 10 / Dicembre 2017

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