Cosa rimane dell’Expo?  L’arte nel segno di Leonardo

Cosa rimane dell’Expo? L’arte nel segno di Leonardo

Milano da vedere, dopo l’esposizione universale. Idee per turisti e viaggiatori
La Sala delle Asse e la vigna di Leonardo candidate a rappresentare “La Grande bellezza” ambrosiana

Se l’Expo di Milano ha chiuso i battenti il 31 ottobre scorso tra mille polemiche e qualche successo, è sotto gli occhi di tutti che la città ambrosiana si è presentata pronta all’occasione non solo curando il business (che pure lì è di casa) ma anche la proposta culturale dedicata ad operatori del settore e turisti, con un ricco cartellone di eventi collaterali. E la città del biscione ha vissuto nel segno di Leonardo questo importante appuntamento culturale, con due cantieri di restauro dedicati al pittore di Vinci: uno per il recupero di un ciclo di affreschi del Castello Sforzesco e l’altro legato al ripristino della vigna al Borgo delle Grazie, entrambi ancora aperti a memoria dell’appuntamento fieristico e non solo. Immancabile, diventa oggi, una visita alla Sala delle Asse del Castello Sforzesco; qui tutto parla del Da Vinci e del suo facoltoso committente Ludovico il Moro. Un recente restauro ha riportato alla luce un ciclo pittorico esteso quanto interessante: gli affreschi eseguiti dal pittore per una grande sala quadrangolare posta al primo piano del torrione nord-est del maniero milanese. Sono rimerse sotto uno strato di intonaco rimosso dai restauratori, le opere dipinte a monocromo dal grande maestro fiorentino. Queste ultime si candidano ad essere la “grande bellezza ambrosiana”; i lacerti di affresco, visibili sulle pareti dell’angolo nord della sala, con un gioco strabiliante di radici affondano le loro propaggini nella roccia stratificata, mentre sulla volta i rami, incrociandosi con corde dorate, danno vita a uno schema geometrico ripetuto, accostabile al tema dei famosi nodi vinciani. La decorazione illusionistica delinea un fitto pergolato di rami di gelso intrecciati e sorretti da potenti fusti. La scelta del gelso è dettata dal fatto che l’albero celebrerebbe il Moro, tanto che, ancor prima di chiamarsi «Sala delle Asse», era infatti conosciuta come «Camera dei Moroni» con evidente riferimento al duca Sforza, dall’incarnato scuro nonché impegnato nella valorizzazione della produzione della seta che si basava su estensive colture del gelso, morus appunto. Ma il riferimento alla terra e ai suoi frutti (già temi dell’Expo) restano indelebili a Milano non solo per i racemi intrecciati del Castello Sforzesco ma anche per l’apertura al pubblico della così detta “vigna di Leonardo”. Sita in corso Magenta è ora visitabile lì dove le fonti ricordano la presenza di un lotto di terreno con tralci di uva di qualità “malvasia Candia”, donato da Ludovico il Moro a Leonardo come gesto di riconoscenza per le opere da lui eseguite, a pochi isolati nel Cenacolo vinciano. La vigna è citata, per la prima volta, in un atto notarile datato al 1498 e la donazione è confermata da una lettera autografa del Moro, datata al 26 aprile del 1499. Lo Sforza era certo di far regalo gradito a Leonardo che veniva da una famiglia di vignaioli e il vino rientrava a pieno titolo tra i suoi svariati interessi, come dimostrano alcuni appunti. Dopo diverse traversie e cambi di proprietà, il lotto (un tempo esteso per 8000 mq) risulta nel 1788 all’interno dei possedimenti della famiglia Taverna, allora proprietaria della vicina Casa degli Atellani. In tempi più recenti, e precisamente nel 1919, Ettore Conti comprò la casa iniziandone una profonda ristrutturazione. Fu allora che Luca Beltrami, storico del periodo milanese di Leonardo, si recò in loco e riuscì a fotografare i pergolati ancora vivi di quella che era stata la vigna di Leonardo. Oggi, grazie all’enologo Luca Maroni, dopo 11 anni di studi è stato individuato un vitigno risultato superstite a seguito dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, ed è stato possibile reimpiantare le viti originarie e far rinascere l’antico vigneto con i “sapori” che furono cari al Da Vinci e che allietarono il suo soggiorno lombardo nei giorni trascorsi lontano dall’amata terra natìa.

Francesca Di Gioia

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n. 10 / Dicembre 2017

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