“Stelle” da chef

“Stelle” da chef

Ricette d’amore è il suo film preferito. E non potrebbe essere altrimenti. Ma non è algida quanto la protagonista, anche lei cuoca professionista. Tutt’altro. Sbarazzina, nelle calze a righe e con una rasatura verde petrolio, Cristina Bowerman di punto in bianco ha mollato una promettente carriera da avvocato e ha cambiato vita. Da chef.

Con una laurea in tasca della Culinary Academy di Austin, in Texas, è tornata in Italia per diventare una star. Nel 2010 è stata l’unica donna italiana dell’anno decorata con la Stella Michelin. A dispetto del cognome, quello dell’ex marito col quale è rimasta in ottimi rapporti e al quale ha chiesto di mantenerlo per non subire discriminazioni in America - avrebbero pensato che fosse una messicana che aveva varcato il confine - è originaria di Cerignola. Non nomina spesso la sua città, ma è in cima alle sue dieci regole per osare: “Ricordati da dove vieni”. E i luoghi dove è nata e cresciuta sono una grande fonte di ispirazione, insieme alla sua famiglia. “Sono una di quelle persone che non avrebbe dovuto essere qui, che ha sconfitto qualsiasi tipo di pregiudizio ci sia nell’Italia moderna. Quando sono ritornata ho trovato dei giovani sfiancati, degli adulti ormai rassegnati. C’è una specie di rassegnazione di fondo che molto spesso è oggettivamente vera, altre volte invece è utilizzata come una sorta di giustificazione alla propria inettitudine o passività. Io sono andata via, sono ritornata, ho un cognome straniero (quindi avrebbero potuto odiarmi nella cucina italiana), non conoscevo assolutamente le personalità che venivano a cenare e tutt’oggi vengono a cenare da me, dagli attori ai politici, sono donna e ho un ristorante assolutamente diverso rispetto alla tradizione francese o alla trattoria romana, e faccio una cucina che non è italiana. Quindi in realtà sarei dovuta scomparire esattamente sei mesi dopo aver iniziato. Eppure, ora mi ritrovo ad essere probabilmente una delle chef più in vista in Italia, a dover essere una leader nei confronti delle donne che decidono di intraprendere questa carriera, ad aver scritto un libro, e a guidare la cucina di due ristoranti”.

Si divide tra il Glass Hostaria, a Trastevere, e Romeo chef&baker. Dorme poche ore a notte. Vita e lavoro sono la stessa cosa, si tratta solo di cercare un equilibrio, e lo ha trovato. È una stakanovista da sempre, anche nella sua vita precedente, quella di avvocato, che non rinnega. “Ho studiato Lingue straniere e poi Giurisprudenza. Sono cresciuta in una famiglia medio-alta borghese, quindi in realtà la laurea era quasi necessaria, tanto è vero che prima di intraprendere la carriera di professionista cuoco ho dovuto aspettare che aprisse un’università di arti culinarie, perché nella mia testa non potevo essere altro che una professionista. Molti pensano che io ad un certo punto abbia cambiato mestiere perché non mi piaceva quello che facevo prima. E invece no. A me è piaciuto tutto quello che ho fatto”.

La folgorazione culinaria è arrivata mentre era ai fornelli. “Era tanto tempo che ci pensavo. Comunque è successo una sera mentre stavo cucinando. Ero a casa da sola e pensavo: nella mia vita ci vuole qualcosa. Penso sempre che l’autostimolazione sia una delle cose più importanti sin da piccoli. Dobbiamo domandarci cos’è che ci rende felici, cosa vogliamo fare, qual è il nostro sogno”. Sta tutto lì, secondo lei, il segreto del suo successo. “Il mio vecchio lavoro mi piaceva, certo, però non avevo più il mordente di una volta.  Guadagnavo bene, avevo una bella carriera avviata ma mi sono detta che dovevo provarci. Proprio come quando mi sono trasferita negli Stati Uniti: ho pensato “se non lo faccio ora non lo faccio più”. Altrimenti avrei rischiato di guardarmi indietro a 50 anni e chiedermi perché non lo avevo fatto”.

Nel suo decalogo ci sono i tre ingredienti per farsi valere contro gli stereotipi della donna in cucina: grinta, determinazione e allenamento. Quanto basta per azzerare le differenze di genere in cucina. Uno dei suoi piatti preferiti parla foggiano: gli gnocchi assoluti di cime di rapa. “Li condisco esattamente come faremmo noi: si fanno con le alici, il pan grattato e con le foglie fritte di cime di rapa e quando le mangio sembra di mangiare le nostre”. Nel suo libro “Da Cerignola a San Francisco e ritorno. La mia vita da chef controcorrente” sono raccolte anche 35 ricette, riportate sul sito cristinabowerman.com con tutti gli step fotografici. “Io unisco culture, non ingredienti”: è questa la sua filosofia in cucina. “Spero che almeno una persona, una giovane cuoca un giorno si alzi, legga questo libro e pensi: se ce l’ha fatta lei ce la posso fare pure io”. Sembra quel “libro di cucina anche per la vita, con tutte le ricette che ti dicono come affrontarla nel modo giusto” che cercava la protagonista di “Sapori e dissapori”, remake del suo film preferito. Memorabile la risposta dello psicanalista: “Sono le ricette che uno si inventa che funzionano meglio”.
Mariangela Mariani

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n. 10 / Dicembre 2017

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