L’altra faccia  del Piemonte

L’altra faccia del Piemonte

Dal Monferrato un vino d’eccezione. Piacevolissimo, ammaliante, capace di mettere tutti d’accordo
In collaborazione con Enoteca Uva Rara - Daniele Rigillo

Che si tratti di una semplice e beverina Barbera o di un possente ed austero Barolo elveziano, bere vini del Piemonte è sempre una grande esperienza. Pensando a questa regione sono appunto questi i primi vini che ci balzano alla mente, forti di una meritatissima fama che li ha resi noti non solo in Italia, ma ovunque nel mondo ci sia un cultore del nettare di Bacco. Con un po’ di curiosità, però, si scopre che il Piemonte non è solo nebbiolo e dolcetto, moscato e grignolino: c’è un “altro Piemonte”, più piccolo e meno conosciuto, fatto di piccoli vitigni che, rivalutati da lungimiranti produttori, hanno dimostrato di non essere da meno dei più blasonati conterranei.
Uno di questi è il Ruché, vitigno del Monferrato che dal 2010 può fregiarsi della DOCG, ristretta a pochi comuni in provincia di Asti in cui l’eccellenza del territorio incontra la sapienza dei vignaioli, capaci di combinare la passione per la vite e quella per il territorio con una costruttiva innovazione enologica.
Franco Morando è probabilmente il più grande produttore di ruché, con un’azienda di 140 ettari nel Monferrato, la Montalbera, ed una serie di etichette che, anno dopo anno, mietono successi elevando la reputazione del suddetto vitigno; qualche settimana fa è capitato nella nostra enoteca per rifocillarsi a seguito di una visita a San Giovanni Rotondo e a San Pio. Dopo qualche ora a parlar di vino, come spesso capita in questi frangenti, siamo diventati grandi amici e qualche giorno più tardi abbiamo ricevuto un omaggio della sua migliore bottiglia, quella con la quale Franco ha tagliato i maggiori traguardi: il Ruché di Castagnole Monferrato D.O.C.G. “LACCENTO”.
Questo vino si è rivelato immediatamente una grande sorpresa. Versatelo in un calice ampio, dandogli modo di esprimere la sua moltitudine di profumi e provate ad osservarne il colore controluce: rimarrete stupiti dal suo focoso rubino che vira verso giovinezza e maturità, sfumando incredibilmente dal porpora al granato.
Il naso dev’esser lesto per star dietro a cotanti profumi, tutti così intensi e fragranti, rampanti ma pur sempre suadenti grazie a quel filo conduttore che è il calore. È infatti il frutto il protagonista, seguito da petali di rosa rossa e viola fresche e in pot-pourri, ricco di oli essenziali e spezie finissime.
Il palato viene invaso da quella dolcezza preannunciata dai profumi, dovuta anche ad una leggera surmaturazione dei grappoli in pianta, ma equilibrato da una fine freschezza e da un finale educatamente amarognolo. Continua poi, come una caramella, a riproporre i suoi aromi con una lunga persistenza.
Piacevolissimo, ammaliante, un vino sicuramente capace di mettere tutti d’accordo.
A me piace berlo leggermente più fresco, sui 14°, magari abbinato a delle pappardelle con radicchio stufato al nebbiolo, salsa al taleggio e granella di nocciole tostate (rigorosamente varietà Gentile del Piemonte); un piatto dello chef Antonio Manocchio, deciso e dalla tendenza amarognola che contrasterà la morbidezza del vino ripristinando l’equilibrio in bocca.
Il carattere del Ruché, così particolare ed unico, lo distingue nettamente da tutti gli altri classici vini piemontesi, tanto da far parlar di sé come “l’altra faccia del Piemonte”.

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n. 10 / Dicembre 2017

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