La pervietà del forame ovale

La pervietà del forame ovale

Problemi di cuore: quando l’atrio destro comunica col sinistro
Anomalia cardiaca, interessa il 25-30% della popolazione
di Alessandra Zanasi - Cardiologa

Il Forame Ovale Pervio, altrimenti abbreviato con l’acronimo PFO, è un’anomalia cardiaca in cui l’atrio destro comunica con il sinistro a livello della fossa ovale. Statisticamente interessa all’incirca il 25-30% della popolazione adulta. Si tratta di un difetto del setto interatriale dovuto alla persistenza di un lembo tra il septum primum ed il septum secundum al momento della nascita.

Questo difetto possiede il solo significato di poter rappresentare una via potenziale per un embolismo paradosso; solitamente non dà origine a shunt. Nella vita fetale il forame ovale è aperto, per permettere al sangue proveniente dalla vena ombelicale di passare nel circolo arterioso senza attraversare per il circolo polmonare, dato che i polmoni non sono ancora funzionanti. Alla nascita, nel momento in cui il circolo polmonare diventa pienamente funzionante, la pressione atriale sinistra diventa leggermente superiore a quella destra.

Il destino del PFO è, quindi, quello di una chiusura per trombosi laminare nel 70% dei casi entro il primo anno di vita, mentre nel restante 30% si ha esclusivamente una chiusura funzionale dovuta al gradiente pressorio transatriale.
Normalmente, entro il primo anno di vita, la chiusura diviene permanente. Il forame ovale viene definito pervio quando questa saldatura non avviene e la chiusura anatomica risulta imperfetta, o manca completamente. Nelle normali condizioni di vita, il PFO non comporta nessun problema.

Se invece la pressione nell’atrio destro supera quella dell’atrio sinistro, ci può essere un passaggio (shunt) di sangue attraverso il PFO dall’atrio destro all’atrio sinistro.
Se in questo sangue sono presenti bolle o emboli, può verificarsi un’embolia e conseguente ictus cerebrale.
E’ di fondamentale importanza diagnosticare il PFO in pazienti giovani (di età inferiore ai 60 anni), colpiti da uno o più episodi di ischemia cerebrale transitoria o da ictus, la cui causa non sia stata determinata (“criptogenetica”) e si sospetti una embolia cerebrale, in subacquei colpiti da forme gravi di malattia da decompressione dopo immersioni e in pazienti con frequenti episodi di cefalea (emicrania con aura): la prevalenza di PFO è del 48% nei pazienti con emicrania ed aura, contro il 23% nei pazienti con altri tipi di cefalea.

La diagnosi di PFO viene effettuata mediante Ecocardiografia Transtoracica (TTE) e Transesofagea (TEE) e Doppler Transcranico (TCD). Il TCD e il TEE sono test diagnostici complementari per la diagnosi di PFO, ma il TCD dovrebbe essere raccomandato come esame di prima scelta per lo screening, a causa della sua semplicità, la non invasività, il basso costo e l’elevata fattibilità. Nei casi in cui sia indicata la chiusura del PFO, attualmente all’intervento a cuore aperto, ormai riservato a rarissimi casi, viene preferita la chiusura transcatetere. La tecnica consiste nell’introduzione di un catetere dalla vena femorale, che arriva al cuore attraverso la vena cava inferiore, attraversa il forame ovale e posiziona un ombrellino tra atrio destro e sinistro. Ai primi ombrellini (detti “device”) con struttura metallica si stanno affiancando adesso nuovi device in materiale riassorbibile.

Lascia un commento

n. 10 / Dicembre 2017

Scarica la tua copia in pdf