Intelligenza musicale

Intelligenza musicale

A cura del Maestro Carmen Battiante

E’ concezione comune nel nostro tempo che la musica costituisca nella vita dell’uomo una sorta di “abbellimento optionale”; la scienza, invece, dimostra quanto la musica sia determinante nello sviluppo mentale, corporeo e spirituale, offrendo al bambino un potenziale d’intelligenza, un’emotività e una plasticità di movimento che altrimenti non potrebbero essere raggiunti.

C’è da chiedersi perché la musica sia lo strumento formativo per eccellenza più efficace rispetto qualsiasi altra disciplina. Il motivo è davanti agli occhi di tutti: non esiste popolo, anche il più primitivo, che non abbia una sua musica. La spiegazione è in ciò che afferma l’antropologo John Blacking: la musica non è qualcosa che l’uomo acquisisce a contatto con l’ambiente, ma è nel suo DNA sin dal concepimento. In sintesi l’uomo “è” musica.

Erroneamente, si pensa che studiare uno strumento musicale sia finalizzato alla professione, come se studiare il linguaggio abbia come unico obiettivo il creare poeti e la conoscenza delle regole matematiche sia necessaria per diventare scienziati. Invece studi scientifici dimostrano che la musica è l’attività più completa per lo sviluppo del cervello in ogni sua sezione. Ciò vuol dire che la musica aiuta l’operaio, l’avvocato, il medico a sviluppare maggiormente aree cerebrali fondamentali nella propria attività. Per troppo tempo l’immagine che ci si è fatti del bambino corrispondeva ad un “esserino” protetto quasi come in uno scrigno, isolato da ogni contatto col mondo esterno. Tale visione del mondo ha cominciato a modificarsi a partire dallo sviluppo di strumenti e tecniche avanzate che hanno consentito di osservare come il bambino, ed ancor prima il feto, mette in atto una serie di attività fisiche e psichiche, se sollecitato da stimoli percettivi e sonori. Da alcuni decenni l’etologia, l’embriologia e la neurologia infantile ci hanno permesso di stabilire che i processi che presiedono all’audizione, così come quelli che mettono in moto il linguaggio, sono in atto molto prima della nascita e che la facoltà di ascolto, rappresenta il primo fattore di organizzazione della vita dell’uomo.

L’orecchio non è limitato all’organo che noi conosciamo abitualmente: “ascoltare” significa mettere in gioco tutto il sistema nervoso attraverso il quale è possibile assicurare una comunicazione del tutto interno con il tutto esterno. Quindi la fretta con cui il feto (già a partire dal quarto mese) sviluppa l’orecchio sta proprio nella necessità naturale che l’essere umano ha di poter ascoltare e quindi crescere, evolversi, comunicare con il mondo esterno. Numerosi neurologi, pediatri, biologi e psicologi sono giunti alla conclusione che la fase prenatale e la primissima infanzia sono caratterizzate da una serie di periodi nevralgici, durante i quali si registra un picco nella formazione di connessioni sinaptiche. La natura fornisce al bambino (dai 18 mesi fino ai 9 anni) una quantità sovrabbondante di cellule per realizzare queste connessioni: se le cellule preposte non realizzano tali connessioni, queste vengono perse e non potranno più essere recuperate, riducendo le opportunità di apprendimento del bambino nelle tappe fondamentali del suo sviluppo.

Analogamente, se al bambino non viene data l’opportunità di elaborare un proprio vocabolario d’ascolto musicale, le cellule preposte allo sviluppo del senso dell’udito saranno, nella migliore delle ipotesi, dirottate verso un altro sistema sensoriale.
Tutti gli uomini vengono dotati sin da prima della nascita di ben sette intelligenze, tra queste, tutte tra loro collegate, vi è anche l’intelligenza musicale. Quindi tutti hanno un livello di attitudine in tutti gli ambiti. Ciò vuol significare che la differenza nello sviluppo delle diverse intelligenze sta nella stimolazione proveniente dall’ambiente. Anche colui che è al di sopra della media in un ambiente scarsamente ricco di stimolazioni può perdere il patrimonio di cui è dotato. E cosa ancora più grave è che ciò che si perde nei primi 9 anni di vita, secondo questi studi, non potrà essere più recuperato.

Si aggiunga a tutto questo la pratica strumentale. Un musicista per suonare attiva contemporaneamente tantissime parti del cervello: la visiva, leggendo uno spartito e guardando lo strumento, un’area adibita alla decodifica del codice musicale, differenziato però tra le due mani, la motoria, per articolare differentemente tutte le dita, per controllare ogni altra parte del corpo da utilizzare per suonare, oppure per muovere le labbra per cantare, per respirare, ma c’è anche l’area uditiva per ascoltare una base, ad esempio, e cantare, per verificare che ciò che si sta eseguendo sia corretto. A ciò si aggiungano le zone talamiche responsabili dell’attivazione di stati emotivi e l’area di Wernicke deputata all’interpretazione cognitiva dei suoni. Insomma imparare uno strumento significa rendere il proprio cervello davvero molto plastico.

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n. 10 / Dicembre 2017

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