Il bambini e la malattia

Il bambini e la malattia

Come affrontarla, ad ogni età. L’ospedale resta un luogo produttore di angosce, con ricadute spesso disastrose sul piano emotivo
di Eleonora Vera - Pedagogista

L’evento malattia coinvolge la parte fisica e il mondo interiore del bambino; egli vive un corpo cambiato, gli viene a mancare il legame vitale con il proprio mondo di relazione. In caso di ricovero, separazione e perdita sono gli aspetti emotivamente più marcati. L’ospedale resta, al di là di qualsiasi “umanizzazione”, un luogo produttore di angosce; il bambino le manifesta con il pianto o con la interiorizzazione di fantasie disastrose sul piano emotivo.

Di fronte ad un bambino malato è importante concentrare gli sforzi sulla sua guarigione fisica, ma non si devono dimenticare tutti i suoi bisogni psicologici come persona. Per il bambino che vive anche per pochi giorni, l’esperienza della ospedalizzazione, diventa estremamente importante alimentare il suo piano espressivo. Si tratta di dare importanza ad ogni momento trascorso insieme, di prestare attenzione a ciò che il bambino può trasmettere, aiutarlo a esprimere le angosce, a trovare parole per spiegare la sofferenza.

Non ci sono patologie più a rischio di altre per la stabilità psichica del bambino. Essa dipende molto dalle fantasie angoscianti che egli costruisce in merito a quello che gli sta accadendo e a come vivono l’evento i suoi familiari. Il forte legame che unisce il bambino ai suoi genitori condiziona anche la percezione della malattia e il suo decorso clinico. L’atteggiamento della madre in particolare, influisce nel vissuto della malattia da parte del bambino. Spesso nei reparti pediatrici si osservano bambini psicologicamente tranquilli, anche se seriamente malati, e questo accade quando la madre vive la malattia del figlio in modo misurato e fiducioso; allo stesso tempo ci sono bambini agitatissimi, anche se affetti da malattie banali, le cui mamme sono particolarmente ansiose.

La fase che va dai dodici ai diciotto mesi è la più vulnerabile: ogni ospedalizzazione, per bambini di questa età, è problematica. Il bambino ha già strutturato i rapporti con la madre ed è diventato più autonomo, ma ha un continuo bisogno di conferme positive di ciò che fa e, soprattutto, di non sconvolgere le sue abitudini.
Verso i tre/quattro anni il bambino può interpretare la malattia come conseguenza di azioni cattive, di disubbidienze, per cui essa è vissuta come una punizione meritata per certe trasgressioni compiute segretamente. Questo atteggiamento è fortemente determinato dalla sua “mentalità magica”, secondo la quale qualsiasi disubbidienza è seguita sempre da un castigo.

Attorno ai sei anni, egli ha ormai superato il distacco dalla madre e i suoi interessi sono rivolti a diversi ambienti con i quali ha instaurato nuove relazioni. La degenza può addirittura diventare per lui un momento di crescita e di conforto, stimolato dal contatto con bambini anche di età maggiore e dal bisogno di socializzare. Il gioco rappresenta il canale di sfogo principale per esprimere e poter leggere le reazioni emotive del piccolo paziente. Oltre all’atteggiamento del bambino, bisogna tener presente anche il cambiamento del comportamento affettivo dei genitori nei confronti del proprio figlio. Spesso diventano più permissivi, più protettivi, oppure ricorrono a bugie o minacce.

In alcuni casi le limitazioni motorie imposte dalla vita e dall’organizzazione dell’ospedale, si manifestano attraverso alcuni comportamenti esasperati: distruttività, agitazione, passività, regressione, bisogno di protezione, egocentrismo. È estremamente importante che gli adulti abbiano una profonda conoscenza di sé a livello percettivo, per poter interpretare e incontrare il bambino, senza trascurare, presi dalla preoccupazione, l’aspetto ludico di ciò che si propone; aspetto ludico significa non solo far giocare il bambino, ma esprimersi con positività, porgere con piacere le proposte, approfittare del gioco come mediazione per instaurare un dialogo e far nascere esperienze ogni volta modificabili e traducibili in forme diverse. Come sempre, “prendersi cura con amore”, attraverso l’impostazione di un clima di positività e, possibilmente con un sorriso, significa tendere una sorta di “mano invisibile” che accarezza l’anima con estrema dolcezza.

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n. 10 / Dicembre 2017

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