Invaginazione intestinale

Invaginazione intestinale

La forma idiopatica è tipica dell’infanzia. E’ una delle cause più comuni di occlusione intestinale eppure la sua diagnosi è spesso una sfida per il pediatra
dott.ssa Maria Nobili

L’invaginazione intestinale è la penetrazione di una porzione di intestino in quella adiacente, generalmente della porzione inferiore nella superiore. E’ considerata una delle cause più comuni di occlusione intestinale nell’infanzia. La sua incidenza varia tra 2/4 su 1000 nati, la frequenza tra 2 mesi e 5 anni, con picchi tra il 6° e il 9° mese.
Si riconoscono due forme: La idiopatica (esclusiva dell’infanzia), frequentemente concomita con gastroenteriti o infezioni delle prime vie aeree, che causerebbero l’aumento dei linfonodi del mesentere, o dal 6 mese in cui si inizia lo svezzamento, per cui si modifica l’alimentazione del bambino, che da prevalentemente lattea diventa solida con l’introduzione di pappine. Poi vi è la sintomatica (colpisce tutte le età) e si riconosce una causa scatenante: polipi, diverticolo di Meckel, cisti da duplicazione intestinale.
I tratti di intestino che si possono invaginare sono l’ileo, il cieco e il colon, anche se la parte più a rischio è la valvola ileocecale (il punto in cui l’intestino tenue si connette con il crasso). Le forme caratteristiche sono: ileo-colica, ileo-ceco-colica, colo-colica, ileo-ileale.
Come avviene l’invaginazione? La parte di intestino che si invagina (testa dell’invaginato) man mano entra sempre più nell’invaginante, stirando il mesentere con i suoi vasi (arterie e vene che irrorano l’intestino), con compromissione della vascolarizzazione del segmento invaginato che porta alla necrosi (morte dei tessuti).
Quali sono i sintomi? Nei lattanti l’esordio è acuto, inizia con crisi dolorose brevi, alternate a pause più lunghe di benessere, più frequentemente si associa pianto inconsolabile, gambe flesse sull’addome e volto teso e sofferente. Il bimbo non emette né aria né feci, ma materiale muco sanguinolento che allarma i genitori ed è presente vomito. Se la diagnosi non viene fatta prontamente, le condizioni del bambino si deteriorano abbastanza rapidamente, dalla disidratazione all’ipotermia, fino allo shock.
Indagini diagnostiche: radiografia dell’addome in bianco che documenterà l’accumulo di feci e aria nel lume intestinale (livelli idroaerei), ecografia addome con un’immagine caratteristica (“a coccarda”) del tratto invaginato circondato da parete dell’intestino invaginante o rx clisma opaco, ovvero introduzione per via rettale di un liquido di contrasto idrosolubile (gastrografin) che può essere diagnostico e terapeutico.
L’Invaginazione intestinale è una patologia frequente, ma subdola. Se la diagnosi viene posta precocemente può essere risolta in maniera conservativa (riduzione con clisma). In collaborazione con il radiologo si introduce per via rettale una soluzione di gastrografin diluito che si fa cadere a goccia lenta fino alla visualizzazione della valvola ileocecale e l’appendice, nell’85% dei casi è risolutivo. Seguiranno poi controlli ecografici.
Se l’invaginazione risale a più di 24 ore, la terapia è chirurgica: la disinvaginazione che si può eseguire sarà con procedura laparoscopica se la risoluzione idropneumatica non è particolarmente sicura o completa, oppure laparotomica quando nei casi più gravi, con una piccola incisione addominale si procede alla riduzione manuale del tratto invaginato, con delicate manovre di spremitura. Se c’è sofferenza marcata dell’intestino o peritonite da perforazione, o nei casi associati a diverticoli, polipi o cisti, è necessaria la resezione intestinale, che sarà “limitata, con ricostruzione della continuità intestinale (anastomosi intestinale)”.
L’invaginazione intestinale rappresenta ancora oggi una sfida per il pediatra ed il chirurgo: la tempestività, l’accuratezza diagnostica e la clinica possono evitare un intervento chirurgico demolitivo e la rapida ripresa dell’alimentazione del bambino. La guarigione si ha nel 100% dei casi trattati.

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n. 10 / Dicembre 2017

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