La sindrome enterocolica: FPIES

La sindrome enterocolica: FPIES

E’ una allergia alimentare che può insorgere nei primi 9 mesi di vita
E’ caratterizzata da vomiti improvvisi e ripetuti e diarrea, sintomi accompagnati da stato soporoso per la disidratazione
di Monica Mancini - Pediatra

La sindrome enterocolica (food protein induced enterocolitis syndrome: FPIES) è una forma relativamente rara di allergia alimentare non IgE mediata, che generalmente insorge nei primi 9 mesi di vita ed è caratterizzata da vomiti improvvisi e ripetuti, diarrea a volte muco-sanguinolenta, sintomi accompagnati da stato soporoso dovuto alla disidratazione e conseguente stato di acidosi metabolica.
In casi estremi si può arrivare allo shock. Il vomito non è un sintomo immediato ma insorge di solito dopo circa 2 ore dall’assunzione del pasto e non è accompagnato da sintomi cutanei o respiratori (orticaria o dispnea). Gli alimenti in causa sono prevalentemente latte vaccino o di soia, ma esistono casi determinati da altri alimenti quali riso, cereali vari, carni e pesce.
Esistono due forme cliniche: la prima, definita “persistente” o cronica, che interessa  i lattanti che iniziano ad assumere il latte vaccino e che, tra i sintomi clinici, presentano scarsa crescita, diarrea, vomiti frequenti e inappetenza. Questi sintomi regrediscono con l’introduzione di latti speciali quali gli idrolisati spinti e si ripresentano in maniera acuta con la reintroduzione del latte in formula standard.
La seconda forma clinica è quella detta acuta o tardiva che si presenta con vomito iperacuto e conseguente stato collassiale. In questa forma l’alimento in causa risulta non essere mai stato assunto in precedenza. In questi casi è necessario effettuare una diagnosi corretta per escludere altre situazioni cliniche quali la sepsi, l’invaginazione intestinale, la malattia metabolica e l’anafilassi. Correttamente inquadrata la diagnosi di Fpies, risulta ovvia la scelta di sospendere l’alimento in causa e di utilizzare cibi alternativi. Occorre, inoltre, essere cauti nell’introdurre altri alimenti quando si effettua lo svezzamento. Appare evidente la necessità, in questa situazione, di consultare e seguire i consigli del proprio pediatra di fiducia. A distanza di tempo dalla risoluzione clinica dei sintomi si potrà effettuare il TPO ossia il test di provocazione orale per controllare se è possibile reintrodurre l’alimento in causa senza conseguenze negative. La prova va effettuata in ambiente protetto, cioè in ospedale e secondo le indicazioni fornite dal medico. 

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n. 10 / Dicembre 2017

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